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di Angelo Rossano

Corriere della Sera, 5 novembre 2025

Serve un nuovo “whatever it takes”, ma per i nostri adolescenti: non solo pene e decreti, ma una presa di coscienza collettiva. Come sta succedendo (faticosamente) per i femminicidi. Il prof Scalia: “È una generazione marginalizzata”. Se una volta, almeno una volta, sentissimo richiamare il motto draghiano “whatever it takes” non per parlare di mercati, Bce o spread, ma per riferirsi agli adolescenti del nostro Paese, ai loro problemi e alle loro devianze. Fare tutto ciò che è necessario per arginare il dramma delle baby gang, del bullismo reale e virtuale, della brutale cattiveria senza senso, della violenza dei giovani sui giovani.

Il caso di Torino - “Whatever it takes” per andare oltre i tribunali, oltre la narrazione un po’ estetica dei maranza, oltre il rimpallo di responsabilità tra famiglie, scuole, assistenti sociali e psicologi. Fare in modo di determinare un’unanime reazione collettiva, una presa di coscienza nazionale - così come faticosamente sta accadendo per i femminicidi - per impedire che accada ancora che a tre ragazzini di 14, 15 e 16 anni possa venire in mente di rapire, seviziare e gettare nel fiume un coetaneo come accaduto a Torino. “Magari anche per andare oltre anche il Decreto Caivano”, dice il professore Vincenzo Scalia, sociologo all’Università di Firenze e studioso di devianza giovanile, che spiega al Corriere che “l’unica cosa a cui si pensa è al contenimento a mezzo penale che però finisce per riprodurre il circolo vizioso della devianza”.

Il decreto Caivano - “È vero - dice Scalia - manca una presa di coscienza nazionale rispetto ai problemi dell’adolescenza”. Ma mancano anche gli strumenti adeguati: “Con il decreto Caivano non si risolve. Abbiamo riempito le carceri, ma con i tagli alla spesa pubblica la rete di supporto al sistema minorile viene smantellata”. Già, altro che “whatever it takes”. 

La fotografia del fenomeno - Il fenomeno è studiato, rappresentato in grafici e schede, compreso. Ma resta il dubbio: è affrontato? Secondo i dati di Asai, l’associazione torinese che si occupa del reinserimento di minori autori di reati, “i protagonisti di queste aggressioni - ha già rilevato il Corriere - sono sempre più giovani: se un tempo si registravano soprattutto alle scuole superiori, oggi avvengono anche alle medie, tra bambini di appena 12 o 13 anni, in prevalenza maschi. La maggior parte di loro è italiana (70%), seguiti da marocchini, romeni, egiziani e peruviani”. E quando non hanno la cittadinanza italiana, nella maggior parte dei casi parliamo comunque di persone nate in Italia.

Marginali e minoritari - Si sa, come spiega anche il professor Scalia, che le gang non sono quasi mai baby, e si sa che il più delle volte sono aggregazioni spontanee e casuali. C’è, ovviamente, il tema della marginalità sociale, ma anche quello della marginalità generazionale: gli adolescenti sono un pezzo di società minoritario rispetto alla popolazione. “Siamo uno dei pochi Paesi d’Europa in cui gli over 65 sono più dei 14enni”, riferisce ancora Scalia.

I precedenti - Ma leggere il fenomeno non basta. Le condanne, anche severe, non funzionano da deterrente. Solo in una città come Torino l’elenco di gravissimi precedenti compone un catalogo degli orrori che va dal caso della bici lanciata ai Murazzi e che ha ridotto sulla sedia a rotelle lo studente Mauro Glorioso, al maestro elementare minacciato dai maranza, fino alla tragedia di piazza San Carlo, dove agì una sorta di proto-baby gang dello spray al peperoncino che alla fine causò due morti e 1.672 feriti. In alcuni casi le condanne sono state pesanti. Ma il carcere non spaventa perché “con le condanne - dice Scalia - si costruiscono un’identità da duro”. Eppure, “la messa alla prova serve proprio per i reati più gravi. Se si manda in carcere un ragazzo che studia o lavora smetterà di farlo, si crea una cesura tra lui e il resto della società, lo stigmatizzi”. “Whatever it takes”, dunque, per l’adolescenza, così da rompere l’incantesimo mediatico dei social che la inganna e per uscire dalla propaganda.