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di Alessandro Portelli

La Stampa, 25 aprile 2025

Nel classico di Guglielmo Petroni “Il mondo è una prigione” ripubblicato, oggi si trovano le domande che non abbiamo avuto il coraggio di farci nel dopoguerra. Pubblichiamo la prefazione di Sandro Portelli a “Il mondo è una prigione” di Guglielmo Petroni (Premio Strega nel 1974), ripubblicato da La Nave di Teseo e da oggi, 25 aprile, in libreria.

Questo libro, “Il mondo è una prigione”, è uno di quelli che tu leggi dieci volte e dieci volte hai letto dieci libri diversi, perché è pieno di possibilità, è pieno di strade che si aprono e che ti si aprono. Rileggendolo l’ultima volta, mi sono accorto che non lo stavo affatto leggendo come un libro sulla Resistenza o come un libro sulla guerra, io lo stavo leggendo come un libro sul dopoguerra.

Un libro che è in qualche modo sul nostro presente: pensate alla Nota 1960 verso la fine, “ora che ne abbiamo viste di tutti i colori, che vediamo coi nostri occhi di nuovo le svastiche disegnate sui muri”. Noi lo leggiamo adesso e ci parla adesso.

La ragione per cui l’ho letto come un libro sul dopoguerra - anche se Guglielmo Petroni scrive che la guerra è ancora in corso - è che credo che la dimensione della storia che racconta sia contemporaneamente storica, biografica ma anche metaforica e, se vogliamo, allegorica: il fascismo, via Tasso, la tortura sono dei fatti molto concreti, molto specificatamente storici, ma sono anche una figura della sfida alla nostra comune umanità.

La Liberazione, quello che succede nel momento in cui Petroni esce da via Tasso, è un trovarsi - per usare un suo aggettivo - smarriti di fronte alla sfida di una difficile, complicata, solitaria libertà. Pensiamo a che cosa era l’aria che si respirava in Italia nel dopoguerra, quando questo libro incontra le difficoltà che incontra, che sono le stesse difficoltà di Se questo è un uomo, ma che sono le stesse difficoltà dei reduci di Auschwitz che nessuno vuole stare a sentire: noi siamo in un paese che ha furore di ricordare e furore di dimenticare, e cerca contemporaneamente di raccontarsi la storia che ha vissuto e allo stesso tempo cerca di dimenticarsela: un paese in cui la dimenticanza sta dentro i rituali del ricordo.

Ecco che una pretesa, un’aspettativa di narrazione soddisfacente, di narrazione epica, è una pretesa che significa “raccontiamoci solo le cose che ci piacciono, raccontiamoci solo le cose che sono andate bene, raccontiamoci solo le cose che ci danno speranza - e le cose che ci fanno di sperare, le cose che ci fanno soffrire e le cose che ci fanno dubitare di noi stessi le mettiamo in qualche modo fra parentesi”. Quando Petroni rimpiange la prigione è un passo che rinvia direttamente all’ultima famosa lettera di Giaime Pintor quando dice apertamente “Se non fosse stato per la guerra noi avremmo vissuto la nostra vita parlando di ragazze”, cosa che più o meno dice anche Petroni qua; o all’ultima lettera di Bartolomeo Vanzetti quando dice “Se non fosse per la vostra condanna a morte, se non fosse per la passione con cui ci avete condannati, io e il mio amico Nicola Sacco avremmo vissuto da calzolai e pescivendoli ignoti e dimenticati dalla storia”.

Ecco, lì tu hai un momento in cui la sfida ti chiama e Petroni non ha nessun bisogno di spiegare il perché - anche se è chiarissimo il perché, cioè il momento in cui descrive in due righe il fallito sciopero del 3 maggio ‘44, quando dice a un certo punto “si dimostrò che il popolo non si piega agli oppressori”. Ecco, allora la domanda è: “E poi nel tempo ordinario, quello normale, tu che fai? Soprattutto, tu che fai quando hai avuto un’esperienza di cosa è possibile, di quello di cui noi siamo capaci, quello di cui sono capaci gli esseri umani e quello di cui sono capace io?”.

Penso che questo sia un libro del dopoguerra proprio per la sua struttura di memoria. Petroni prima racconta la Liberazione e poi ci racconta, perché il punto di vista è del dopo. Quel passo memorabile in cui lui si trova a doversi rifugiare nella tana di una volpe, condividendola con l’animale, a me ricorda le celebri memorie di Frederick Douglass, schiavo in America, che scrive la sua autobiografia di schiavo e descrive esattamente la stessa cosa: il dovere condividere lo spazio con le bestie, cioè l’essere arrivato al limite di che cosa significa essere umano.

Però c’è una differenza profonda: perché nella storia di Douglass quel momento estremo è l’inizio di un processo di liberazione, mentre qui Petroni di quel momento estremo ne ha esperienza quando la Liberazione in teoria è già avvenuta; e questo lascia un dubbio, lascia una perplessità, lascia una domanda profonda su Se questo è un uomo, su “devi dimenticare di essere un uomo”, su che cosa è possibile.

È successo, quindi può succedere ancora - come dice Levi - e davanti a questa difficoltà, a questo problema universale, io credo che questo sia l’esatto contrario di un libro intimista - ovviamente col senno di poi e col senno di chi ha avuto maestri tra allora e adesso; ma insomma un libro che è difficile trattare come un libro intimista, un libro in cui sulla base di un’esperienza concreta, specifica, ci si pone delle domande universali, che sono universali senza mai divenire astratte, senza mai divenire generiche, perché la misura dell’umano, la misura della libertà è verificata su quell’esperienza specifica, per cui la concretezza di quello che accade sorregge il vigore allegorico, universalizzante di questa narrazione.

Pensiamo allora a questa difficoltà di ricordare e dimenticare al tempo stesso che ha la nostra cultura e alla sfida che Petroni lancia alla fine - quando parla della necessità soltanto di una “soluzione morale” che “poteva mettere sul nuovo cammino me, i miei amici, i miei coetanei, i miei connazionali”.

Una soluzione morale “l’uomo la trova solo cercando le verità universali che delle tragedie che l’attorniano hanno segno nelle proprie sensazioni, nei sentimenti sepolti in fondo al cuore”: più scavi dentro l’individuo, più trovi l’universale. Ma la soluzione morale è esattamente la cosa che il nostro paese ha tentato disperatamente di non fare, perché quello che Petroni ci propone qui è guardarci nello specchio per vedere di che cosa siamo capaci, e ci dimentichiamo che i torturatori sono universalmente umani, sono tedeschi e sono italiani e in questo libro sono tutte e tre le cose. Nel momento della Liberazione, l’Italia ha evitato di fare i conti con che cosa era stata e con che cosa aveva fatto: i criminali di guerra italiani non solo non sono stati processati, ma ce li siamo ritrovati spesso in ruoli d’importanza istituzionale e soprattutto non ci siamo domandati che cosa avevamo fatto e che cosa siamo stati.

Petroni, dal punto di vista di un’esperienza assolutamente personale e profonda, ha la capacità invece di straniare tutto quello che accade e guardare - pensiamo agli aggettivi che usa: “serenità”, “calma”, “placidità”. Qui chiaramente ci sono meccanismi di difesa, il rimpianto - penso anche a un’altra autobiografia partigiana molto meno potente di questa, anche se significativa, quella di Marisa Musu, dove lei dice le stesse cose rispetto alla condanna a morte: “Tutto quello che mi dispiaceva era tutto quello che non avevo fatto” -, il pensare a quello che non hai fatto, ti difende da quello che sta succedendo, come anche l’uscire da sé e il guardarsi, questo “Bravo Memo” (come gli amici chiamavano Guglielmo), questa dimensione spettatoriale che permette un rigore etico e un rigore politico che non hanno bisogno del vocabolario dell’etica e della politica.

Queste cose Petroni ce le getta in faccia e ci dice “E adesso che è finita, che cosa fate? Che cosa facciamo? Chi siamo?”. La mancata risposta a queste domande di Petroni è la ragione per cui oggi abbiamo le svastiche sui muri delle nostre città, è la pretesa di non affrontare quella soluzione morale, rigorosa, durissima nei nostri stessi confronti che innerva ogni parola di questo libro. Ecco, io credo che pensandolo non come una testimonianza del ‘44, ma come una sfida per il ‘45 fino al 2025, questo libro ce lo dobbiamo portare sempre con noi perché come tutti i classici è contemporaneamente un libro legatissimo a un tempo ma anche capace di funzionare in tutti i tempi e dire cose diverse per ciascun momento della nostra storia.