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di Luca Astolfi

La Voce e il Tempo, 28 luglio 2023

Gentile Direttore, avrò avuto otto o nove anni al massimo quando per la prima volta ho sentito parlare delle opere di misericordia corporale e ricordo distintamente la mia perplessità quando mi vennero elencate queste sette indicazioni pratiche, e una da subito mi è sembrata decisamente stonata rispetto alle altre sei. Dar da mangiare agli affamati. Dar da bere agli assetati. Vestire gli ignudi. Alloggiare i pellegrini. Visitare gli infermi. Visitare i carcerati. Seppellire i morti.

La penultima non mi ha proprio mai convinto. Capisco e condivido la necessità di dar da mangiare agli affamati, come quella di dar da bere agli assetati. Benissimo vestire gli ignudi e alloggiare i pellegrini. Giusto e sacrosanto assistere gli infermi e seppellire i morti. Ma perché mai si dovrebbero visitare i carcerati? Perché dedicare tempo a chi ha ucciso rubato, truffato o comunque commesso un reato?

Un affamato non ha colpa se è nato povero, un malato non ha colpa della sua malattia, ma chi è in carcere è colpevole! Se è finito in carcere, è successo perché ha violato la legge! D’altronde mi è risultato da sempre inconcepibile mettere sullo stesso piano affamati, malati e poveri con ladri, furfanti e violenti. Crescendo non mi sono ricreduto e, ogni volta che sentivo risuonare l’invito a visitare i carcerati la mia reazione inconscia è sempre stata di profondo scetticismo. Perché mai visitare i carcerati?

In fondo ritenevo che il mio dubbio fosse anche motivato oggettivamente: perché mai un carcerato dovrebbe avere piacere a ricevere la visita di una persona come me? Ho sempre pensato ai carcerati come persone lontane e ostili nei confronti di Dio e degli uomini: in fondo se avessero coltivato altri valori mica si sarebbero poi trovati in quella situazione.

Ma Nostro Signore ama farci capire le cose non imponendocele dall’alto con la forza ma ce le fa scoprire e capire dal basso. E visto che io mai e poi mai avrei messo un piede in carcere a visitare un detenuto che cosa ha escogitato? Ha mandato un carcerato a far visita a me! Ma si può essere più geniali? Dio è riuscito a fare in modo che capissi quanto fosse stupido e assurdo questo mio pregiudizio è ci è riuscito senza far ricorso a nessuna violenza o imposizione, ha lasciato pazientemente che vivessi per oltre 40 anni con la mia infantile repulsione per i carcerati e poi ha giocato il jolly: mi ha messo a lavorare a fianco di un detenuto.

Certo, Dio sapeva bene che quando il mio capo (il direttore della Caritas diocesana) mi propose di collaborare ad un progetto di borsa lavoro a favore di un carcerato avrei diligentemente obbedito, ma per il resto ha saputo trasformare la mia collaborazione con Roberto (di solito si scrive ‘un nome di fantasia’, invece Roberto è il suo nome vero e mi ha autorizzato a usarlo) in una lenta ma inesorabile scuola di vita.

Roberto è una persona straordinaria che ha commesso un errore per cui ha pagato con molti anni di carcere. Un errore che gli ha cambiato la vita. Roberto non era un delinquente, era un tranquillo e onesto lavoratore che un giorno ha ceduto alle lusinghe di un guadagno veloce e facile. E invece ha perso tutto ed è finito in carcere.

Ma non si è arreso, ha fatto tesoro del suo errore e io in confronto a lui, con la mia vita apparentemente integerrima e impeccabile sono in realtà un cristiano piccolo piccolo. Roberto ovunque lo metti a lavorare, porta il suo sorriso e la sua capacità di accogliere chiunque. Roberto arriva prima dell’orario di lavoro per fare la cosa più importante: iniziare la giornata passando in chiesa per una preghiera.

Roberto mi racconta della vita in carcere, dove lui e i pochi che guadagnano qualcosa si autotassano offrendo dai 20 ai 50 euro al mese, per comprare la pasta e altri generi alimentari per i detenuti più poveri, solitamente e soprattutto extracomunitari. Ho pensato a quanto metto io, a quanto mettiamo noi buoni cristiani nel cestino delle offerte nella Messa domenicale.

Roberto mi ha fatto quindi capire che Dio è ben presente anche in carcere; non solo, ma a volte forse si trova persino meglio e più accolto che in tante nostre comunità cristiane. Finalmente ho capito perché Dio vuole che andiamo a visitare i carcerati, affinché siamo noi a ricevere benefici e insegnamenti da loro! Siamo noi che abbiamo molto da imparare dai detenuti, noi che siamo fuori abbiamo smarrito il senso vero della solidarietà e facciamo troppo spesso al suo posto solo beneficienza ovvero una grattatina veloce e indolore del nostro superfluo.

Noi che siamo fuori abbiamo perso la voglia e la capacità di sorridere sempre a tutti, di ascoltare davvero gli altri, di ringraziarli ma soprattutto di ascoltare e ringraziare Dio. Ovviamente sto generalizzando, non voglio certo arrivare al paradosso insostenibile che tutti i carcerati siano santi e che noi fuori sbagliamo tutto.

Dico solo che la tentazione di sentirci noi i buoni e loro i cattivi è altrettanto sbagliata, perché il confine tra il bene e il male non guarda i luoghi in cui passa (una casa, una chiesa o un carcere) ma al posto che ogni anima riserva a Dio, a prescindere da dove viva, incluso il carcere che non è quel luogo dannato e maledetto che ho sempre creduto fosse. Chi lo sa, forse per i carcerati la sesta opera di misericordia corporale è visitare chi è fuori dal carcere.