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di Carla Chiappini*

 

Ristretti Orizzonti, 2 luglio 2020

 

Quando avremo e quando avrete il coraggio, l'energia e la creatività per scommettere davvero sulla giustizia di comunità? Chiudo la nostra stanza su zoom e le emozioni come sempre anticipano il pensiero. Le accolgo tutte con gioia e stupore. Come potrei essere quieta e distaccata dopo aver sentito quel ragazzaccio di A. - che ci ha fatto tanto faticare con il suo scetticismo, la sua irritazione, il suo ostinato rifiuto delle regole - dire con voce appena un po' commossa, giusto per non perdere la faccia: "Siamo belle persone, meritiamo un futuro buono. Meritiamo di essere felici".

Hanno sorriso tutti; le ragazze volontarie, il professore, la giovane imprenditrice, lo studente e il ragazzo del Maghreb che non ha ancora deciso bene chi è e dove deve stare. Il quarantenne sciupato da una vita non proprio impeccabile. E poi tutti gli altri.

Questo strano progetto di "messa alla prova" che impegna le persone imputate in un lavoro di crescita personale e di gruppo attraverso la scrittura di sé e il confronto rispettoso e leale, ci impegna in uno sforzo a volte davvero molto faticoso, ci insegna ad affrontare anche i rischi che le relazioni non superficiali portano con sé. E poi, quando hai l'impressione di non farcela, ti apre orizzonti che non osavi nemmeno immaginare. È un volontariato nascosto che non conosce la retorica a volte persino un po' stucchevole del carcere, delle sbarre, delle chiavi ecc.ecc. Non dà visibilità e non suscita né fantasie né curiosità.

Eppure ci sta insegnando tanto sul genere umano e sulle sue possibilità di crescere, di superare i limiti, di camminare gli uni a fianco degli altri. Con fatica e cadute e sconfitte ma anche risalite e scoperte. Così dovrebbero essere i percorsi di messa alla prova; una palestra per allenare e stimolare il cambiamento, per aprire nuovi orizzonti. Un lavoro di "rieducazione" condiviso, una proposta pedagogica forte e coraggiosa. Così dovrebbero essere le misure di comunità, cioè tutte quelle pene di cui troppi si riempiono la bocca senza, però, scommettere nulla.

E allora io sento questa indignazione (così come la intende Piero Colaprico non come una lamentela ma una sorta di passione civile, se ben ricordo) che sale forte e che mi fa scrivere ora - subito dopo aver salutato il gruppo per non perdere nessuna delle emozioni che ho vissuto - che sono stanca di sentire magnificare le alternative alla pena detentiva senza vedere mai una scommessa seria e coerente da parte delle istituzioni. Un progetto chiaro.

Scrivo perché non posso farne a meno perché qualcuno sarà pur responsabile per non aver osato abbastanza, investito abbastanza, creduto abbastanza. C'è un lavoro enorme da fare, c'è la possibilità di impedire che certe storie difficili diventino irreparabili, c'è lo spazio per lavorare insieme ai tanti ragazzi che sono cresciuti così, come l'erba nei campi, senza regole con tante e tantissime paure mai confessate. Il nostro Paese deve avere la forza per occuparsene.

La politica deve avere il coraggio per progettare a lungo termine. Le istituzioni devono avere la generosità e la competenza per lavorarci. Servono più educatori, più assistenti sociali, più psicologi. Più don Milani e meno comparsate televisive. Serve una classe dirigente con qualche idea. Altrimenti, per favore, state zitti. E non fate finta di non volere il carcere. Siate coerenti e onesti. Per una volta, almeno.

*Giornalista esperta in scrittura autobiografica