di Massimo Nava
Corriere della Sera, 1 luglio 2023
Le violenze e gli scontri. Le polemiche politiche trasformano in infuocata attualità un problema endemico da decenni. È sintomatico, e abbastanza inquietante, che il problema delle periferie francesi torni d’attualità per un “casus belli” - la tragica fine di un 17enne ucciso dalla polizia - o per ricordare anniversari di precedenti episodi, come quello che innescò la più drammatica e spettacolare rivolta a metà degli anni Duemila, la morte in una cabina dell’elettricità di due ragazzi inseguiti dai poliziotti. Le violenze, i vandalismi, le proteste, gli incendi di auto e uffici pubblici, gli scontri con le forze dell’ordine e le immancabili polemiche politiche trasformano infatti in infuocata attualità quello che è da decenni un problema endemico, salvo appunto fare finta che non esista e rimanga dormiente non appena la rabbia popolare si spegne e si placa il dibattito nazionale.
Un problema endemico non significa tuttavia che non sia risolvibile o almeno più contenibile. Ma per questo non basta la volontà politica dei governi che, sopratutto negli ultimi anni, hanno peraltro profuso risorse, piani di riqualificazione urbanistica, programmi d’inserimento sociale e promozione di attività economiche. I risultati sono stati modesti, poiché i progressi innegabili in termini di infrastrutture e servizi non modificano la condizione di sostanziale disparità sociale.
Occorrerebbe un cambio di passo che l’”altra Francia” - la Francia dei garantiti, la Francia prevalentemente bianca, la Francia dell’establishment politico e culturale - non è ancora disposta fare, cominciando a rimettere in discussione un modello di Stato che esalta i principi di uguaglianza, integrazione e laicità, senza riuscire a risolvere un sostanziale “apartheid” sociale, culturale e persino religiosa. Al contrario, l’”altra Francia” è scivolata negli ultimi anni verso una deriva di indifferenza, paura, repulsione e persino stigmatizzazione culturale di cui sono portatori soprattutto i partiti di destra e di estrema destra e alcuni intellettuali (da Eric Zemmour a Michel Huellebeq) che hanno alimentato la teoria della sostituzione etnica e della scomparsa della Francia bianca e cristiana.
Questa è la principale novità di questi anni, che, in parte contraddice la narrazione compassionevole, sociologica e solidale che da sempre accompagna le analisi sulle periferie. Le voci che hanno condannato l’operato della polizia sono quelle dei campioni dello sport, le stelle del calcio, i beniamini del Paris Saint Germain, che da queste periferie provengono. Sotto l’apparente ripetitività dei fenomeni, molte cose sono in realtà cambiate in questi anni anche fra le nuove generazioni di “banlieusards”. Le rivolte precedenti erano animate da una protesta antagonista, metapolitica. Erano un grido di dolore di decine di migliaia di giovani che chiedevano inserimento sociale, occupazione, “discriminazione positiva” negli accessi al lavoro e nelle università. Progressivamente, la periferia francese si è ritirata, racchiusa in una sorta di apartheid territoriale e fisico, spesso dominata da bande di quartiere ed esposta al proselitismo radicale islamico.
Fenomeni che ovviamente alimentano all’esterno diffidenza, ostilità, razzismo. In questi territori separati dalla Republique si contestano programmi scolastici, si diffondono pratiche religiose e costumi alternativi alla laicità dello Stato, si parla persino un’altra lingua, si tifa Algeria e Marocco e si fischia la Marsigliese. Gli attentati perpetrati e sventati in questi anni hanno trovato in questo ambito un terreno di cultura e complicità.
Le recenti proteste sociali dei gilet gialli e contro la riforma delle pensioni si sono dimostrate un’altra paradossale e drammatica conferma delle divisioni che attraversano la società francese. I giovani delle periferie non hanno partecipato, sono rimasti ai margini di battaglie per diritti che sembrano non riguardarli e forse non a torto, dato che le pensioni e il salario sono questioni che interessano chi una pensione o un lavoro ce l’ha. Le periferie non seguono le lotte sociali, non scioperano, non militano in un sindacato o in partito, non votano, non si sentono più nemmeno parte di questa Francia.











