di Mary Liguori
Il Mattino, 7 ottobre 2019
Letteratura, cinema, televisione. Oltre gli schermi e le pagine dei best seller, c'erano le aule di giustizia dove, negli ultimi anni, i "super-detenuti" neanche hanno potuto metter piede, garantiti i loro diritti di imputati per mezzo della videoconferenza.
Vivono, lontani dai riflettori di Gomorra e, prima ancora, della pellicola diventata un must, "Il camorrista", in celle di tre metri per quattro, possono parlare coi loro parenti solo per un'ora al mese e sotto il controllo delle telecamere, dormono addirittura con l'obiettivo (a raggi infrarossi) puntato addosso.
Azzerare le loro possibilità di comunicare con l'esterno e con altri detenuti; questo l'obiettivo. L'antesignano fu Raffaele Cutolo che, tra isolamento aggravato e 41bis, è con tutta probabilità il boss più isolato al mondo. E poi c'è l'intera cupola dei Casalesi, fatta di gente irriducibile da decenni al carcere duro senza batter ciglio né strizzare l'occhio alla giustizia. Oggi li accomuna un pensiero, un'idea, una speranza.
Oggi la Grande Chambre della Corte di Strasburgo esaminerà l'ammissibilità del ricorso del governo italiano contro le concessioni e i permessi ai detenuti all'ergastolo ostativo dopo il caso di Marcello Viola, pluriomicida in cella dal 1990 cui la Cedu ha dato ragione.
"Sperano" Francesco Bidognetti, Francesco Schiavone Sandokan e Michele Zagaria. Ché, se s'apre questa breccia, possono infilarci, nel ricorso, anni di istanze per regime detentivo "inumano", per citare Zagaria, fare causa allo Stato e sperare di passare magari gli ultimi Natali con i loro cari.
I diciassette giudici della Grande Camera della Cedu oggi decideranno se l'ergastolo ostativo va rivisto. Ma se anche dovessero sentenziare in questi termini, l'ultima parola su permessi e affini, spetterebbe comunque ai tribunali di Sorveglianza, italiani, cui toccherà di volta in volta pronunciarsi sulle istanze dei capiclan.










