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di Simona Musco

Il Dubbio, 16 ottobre 2026

I dati smentiscono le polemiche sui “favori ai boss”: il tasso di regolarità è del 99,9%. “Nessuna manica larga, si applica la Costituzione”. Nessun “libera tutti” per i boss mafiosi e nessuna manica larga della magistratura. A smentire gli allarmi sulla presunta facilità con cui i detenuti uscirebbero dalle carceri italiane sono i dati ufficiali: in quattro anni i permessi premio sono sì raddoppiati - passando dai 16.158 del 2021 ai 35.486 del 2025 - ma all’interno di un sistema penitenziario sempre più sovraffollato: se cinque anni fa i detenuti erano 53.758 (su 47.200 posti realmente agibili), nel 2025 erano 62.841 (su 46.200 posti effettivi). Un dato che illustra non solo la gravità dell’affollamento penitenziario, ma anche la progressiva valorizzazione di uno strumento essenziale per il reinserimento e la tenuta democratica degli istituti.

In termini proporzionali, si è passati da circa 30 permessi ogni 100 detenuti nel 2021 a oltre 56 permessi ogni 100 nel 2025. Le regioni con carceri estremamente affollate come la Lombardia fanno un ricorso molto più consistente e sistematico all’istituto del permesso premio come strumento trattamentale e di decongestionamento, mentre la regione con meno permessi è la Valle d’Aosta, 36 in tutto il 2025 (pari allo 0,1% del totale nazionale) e un tasso di affollamento contenuto, risultando tra le pochissime regioni non sovraffollate in Italia. Ma tra questi benefici non troviamo boss.

Non ci sono capibastone autorizzati a riallacciare i rapporti con gli scagnozzi per guidare di nuovo il proprio clan. Si tratta, prevalentemente, di detenuti autori di reati comuni, che con la mafia non c’entrano nulla. E quando qualcuno al 41 bis fa capolino fuori, lo fa per motivi gravissimi e, come già documentato, controllato a vista dalla polizia penitenziaria. Gli allarmi lanciati dalla Stampa e cavalcati da Pd e M5S sono, dunque, un tentativo di strumentalizzare il tema, anche perché un dato certo su quanti detenuti con un passato mafioso abbiano ottenuto benefici non esiste. E se ciò è avvenuto, spiegano tutte le toghe interpellate, è solo dopo rigide verifiche.

Leggere i dati ufficiali può aiutare a comprendere. I rapporti ufficiali del ministero dimostrano che l’aumento dei permessi premio non ha provocato un incremento dei reati o delle evasioni. Al contrario, l’indice di regolarità e sicurezza di questa misura è pari al 99,9%. Ciò vuol dire che i permessi premio rimangono uno degli strumenti più sicuri ed efficaci dell’intero ordinamento penitenziario. Inoltre non sono “concessi” a tutti: la legge prevede requisiti temporali e di condotta, oltre alla verifica dell’assenza di pericolosità sociale. Per i condannati per reati ostativi valgono condizioni più stringenti, con controlli sui collegamenti con la criminalità organizzata e sul rischio che possano essere ripristinati. I permessi non possono superare i 15 giorni ciascuno, per un massimo di 45 giorni l’anno. Dopo la riforma dell’ergastolo ostativo, la collaborazione con la giustizia non è indispensabile, ma chi non collabora deve soddisfare rigorosi requisiti previsti dalla legge.

Insomma, altro che permessi facili. E lo spiega bene Maria Cristina Ornano, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Cagliari, dove presto, grazie alla creazione della “cartella informativa del condannato”, si potrà avere forse anche un quadro preciso della “geografia” locale dei permessi. “Si sta facendo una polemica strumentale - dice al Dubbio -. I magistrati prendono queste decisioni con estremo rigore, sulla base di elementi molto concreti. Non vengono concessi permessi a cuor leggero, ma c’è una tendenza a criminalizzare la magistratura di sorveglianza, soffiando sul fuoco”. Un tema, probabilmente, anche di “consenso politico”.

“Le pene devono sempre essere conformi alla Costituzione”, ricorda Ornano, che rivendica la necessità di un percorso trattamentale che fa della rieducazione e del reinserimento di tutti i detenuti, senza distinzione, il faro, così come previsto dall’articolo 27 della Costituzione. “Lo Stato deve dare una chance a tutti i detenuti, indipendentemente dal reato commesso - aggiunge Ornano - e verificare la capacità del singolo di prendere le distanze dal suo passato. Altrimenti la politica deve assumersi la responsabilità di dire che alcuni detenuti non hanno questo diritto, verificando se ciò è conforme a Costituzione”.

Netto anche Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone. Il richiamo al 41 bis è improprio, osserva, mentre la riforma del 2022 sui detenuti condannati per reati previsti dall’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario si è mossa con cautela, nel solco delle sentenze delle Corti costituzionale ed europea dei diritti umani. Neppure i dati sui permessi concessi ai detenuti in alta sicurezza dimostrano un eccessivo lassismo. “Le prigioni italiane in questo momento soffrono di ben altri mali come sovraffollamento, tensioni, assenza di visione, diritti negati su larga scala - commenta al Dubbio -.

La questione andrebbe posta altrimenti. Aumentiamo gli organici di magistrati di sorveglianza, educatori e direttori affinché possano lavorare in modo ponderato e senza i rischi dati dalla fretta e dai numeri alti. Digitalizziamo le cartelle personali (nel rispetto della privacy) per renderle fruibili a chi deve decidere. Sottraiamo la popolazione detenuta più povera (migranti e tossicodipendenti) dai ricatti della criminalità organizzata che in carcere tende ad assumere nuovi manovali del crimine con piccoli favori. Ciò si realizza assicurando benefici premiali su larga scala, telefonate quotidiane e beni essenziali ai detenuti più poveri che così non sono costretti a vendersi ai più ricchi per pochi spicci o una chiamata”. Ma i permessi premio possono contribuire a ridurre il sovraffollamento? “Marginalmente - dice -. I permessi premio sono la via preliminare di accesso alle altre misure alternative. Dunque, sì ma con una lenta progressione, sono, insieme alla totalità dei benefici, un rimedio al sovraffollamento”.