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di Errico Novi


Il Dubbio, 20 ottobre 2020

 

Si rinuncia al simbolo del rigore con le urne del dopo-Palamara aperte. Si è spesso sostenuto negli ultimi anni, e soprattutto dal trauma dell'hotel Champagne in poi, che Piercamillo Davigo fosse una coscienza critica trapiantata nel cuore della magistratura, pronta a far sentire tutto il peso della propria irreprensibile vicenda professionale, della propria immagine di nemico dell'illegalità.

Ieri la magistratura ha deciso, piuttosto uniformemente, di rinunciare a quella specie di tutela. Anche se i dirigenti del gruppo davighiano, "Autonomia e indipendenza", hanno dichiarato fino all'ultimo che le ragioni a sostegno della permanenza in plenum del loro leader fossero "tecnico- giuridiche e non di opportunità, men che meno politica", la verità è che a frenare il Csm sulla decadenza era proprio il timore di perdere uno scudo. Come se la magistratura, almeno una sua parte, paventasse un'onda di discredito popolare legata alla rimozione del più inflessibile fra i colleghi proprio nel mezzo dell'uragano Palamara.

È andata in modo diverso dal previsto. Magistratura indipendente e Unicost hanno votato contro la tesi che Davigo potesse restare in carica al Csm anche dopo il congedo. Persino Area, data per favorevole al prosieguo del mandato, si è spaccata, col capodelegazione Cascini e i consiglieri Suriano e Zaccaro non andati oltre l'astensione. Mentre il comitato di presidenza, formato oltre che da Ermini anche dai due vertici della Cassazione, non ha esitato a pronunciarsi per l'uscita di scena.

Il tutto mentre l'Anm consuma la propria tre giorni elettorale (alle 13 di ieri l'affluenza aveva già toccato il 54,7 per cento, tasso elevato se si considera che c'è ancora tempo fino alle 13 di oggi).

Adesso è come se la magistratura associata fosse ancor più costretta ad affrontare la crisi con maturità. Non ha più scudi, non ha più in Davigo la suggestiva personificazione del contraltare al correntismo. Non c'è più l'estremo rigore a bilanciare le immagini degradate. Chissà se proprio ora - certo troppo tardi per assicurare a Palamara il giusto processo disciplinare - si riuscirà ad analizzare la crisi della magistratura con più freddezza e meno riflessi pavloviani.