di Flavia Amabile
La Stampa, 23 settembre 2024
“Ogni volta che leggo o sento le storie di ragazzi che non ce l’hanno fatta, che avrebbero potuto, con un poco di aiuto, rimettersi sulla strada della convivenza civile e uscire dalla microcriminalità o dal disagio sono travolta dall’amarezza, dalla rabbia dall’impotenza”. Barbara Rosina, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali, non nasconde la sua frustrazione di fronte alle tante storie in cui gli assistenti sociali non riescono a lavorare come dovrebbero: “E non succede raramente - aggiunge - che scopriamo di aver fallito, e che le organizzazioni in cui lavoriamo non sono in grado di proteggere le persone in difficoltà e dar loro le risorse per cambiare vite che sembrano già scritte”. Uno sfogo accorato, il suo: “Sì, è vero: sbagliano, sbagliamo in molti, ma paga soltanto chi è già vittima designata - continua Barbara Rosina - e però credo che se ognuno di noi, e parlo di un “Noi” grande che va dai servizi sociali alle forze dell’ordine, alla Giustizia, avesse sempre gli strumenti e la preparazione giusta per mettere in campo la migliore delle soluzioni possibili, le storie dei fallimenti potrebbero essere eccezioni”.
Responsabilità . Non succede raramente che gli assistenti sociali scoprano di aver fallito, quindi. Né succede raramente che su di loro venga scaricata la responsabilità quando accade un omicidio, una violenza o un altro crimine. È accaduto con Moussa Sangare che ha ucciso Sarah Verzeni nella notte tra il 20 e il 30 luglio scorso. È accaduto a Caivano dove un anno fa furono stuprate due ragazzine di 10 e 12 anni appena. È accaduto e accadrà ancora e la domanda che molti si pongono in questi casi è: dov’erano i servizi sociali?
Burocrazia - “Innanzitutto va detto che i servizi sociali non sono presenti capillarmente sul territorio come la scuola o i servizi sanitari”, risponde Elisabetta Cibinel, laureata in Politiche e servizi sociali all’università degli studi di Torino e ricercatrice presso il Laboratorio Percorsi di Secondo Welfare. “Va poi ricordato - aggiunge - che i servizi hanno un certo tipo di funzionamento e non è detto che siano direttamente coinvolti. Quando vengono raggiunti devono attivarsi, ma a volte manca l’anello della catena e la segnalazione a loro non arriva”. Insomma si è convinti di aver fatto una segnalazione ai servizi sociali in realtà o la segnalazione andava fatta ad altri oppure è stata inviata in modo errato, come spesso accade nella macchinosa burocrazia italiana.
Poche forze - Ma questa è solo una parte della risposta. Quando ci si chiede dove siano i servizi sociali molto più spesso ci si ritrova di fronte a una disarmante realtà: gli operatori sono pochi, spesso non formati in modo adeguato e incapaci di rispondere alle richieste di una società che li investe di carichi di lavoro e responsabilità sempre più ampie. “La nostra ricognizione - spiega Barbara Rosina - ha fatto emergere come gli assistenti sociali nei consultori siano oggi 868, mentre dovrebbero essere almeno pari al numero dei consultori, vale a dire 2.943. Mancano quindi 2.075 professionisti, circa il 70 per cento di quelli che sarebbero necessari”.
Il rapporto - Secondo una fonte al di sopra delle parti come l’Ufficio parlamentare di bilancio servirebbero almeno altri 3 mila assistenti sociali nei comuni con l’obiettivo di arrivare a un assistente ogni 5 mila persone come previsto dai Leps, cioè dai livelli essenziali delle prestazioni sociali, individuati dalla manovra 2021. La denuncia è contenuta in un rapporto pubblicato lo scorso 18 dicembre: per raggiungere la soglia minima di assistenza sarebbero necessari per l’esattezza altri 3216 assistenti sociali mentre il lavoro compiuto finora appare insufficiente.
“A due anni dall’introduzione dei Lep - avverte l’Upb - sono 1. 688 i nuovi assistenti sociali registrati, con un incremento molto graduale rispetto alle risorse complessivamente disponibili e non sufficiente a correggere la sperequazione esistente fra territori rispetto al Lep”. Dove? Soprattutto nel Veneto e nelle Regioni del Centro e del Mezzogiorno dove in media un assistente sociale serve un bacino di più di 10.000 abitanti con l’unica eccezione della Sardegna.
I motivi di questa geografia variegata sono numerosi ma a non funzionare è innanzitutto il meccanismo del finanziamento. È previsto un livello minimo di assistenti per accedere al contributo, che ha “indebolito la portata perequativa dell’intervento”, sostiene il rapporto dell’Upb. In altre parole: chi era indietro, resta ancora più indietro e chi è avanti va ancora più avanti. Un problema che non potrà che acuirsi con l’autonomia differenziata.
Lo svuota carceri - Di fronte a questo quadro poco confortante le richieste che arrivano dagli assistenti sociali sono sul tavolo dei governi da tempo. Chiedono di rivedere la formazione. “I percorsi di laurea non sono adeguati alla complessità che stiamo affrontando”, spiega Barbara Rosina. Chiedono più personale. “Attendiamo 500 assunzioni al ministero della Giustizia - ricorda Rosina - perché con il decreto svuotacarceri sono aumentate le funzioni svolte dagli assistenti sociali”.
Sottopagati - Ma chiedono soprattutto di vedere riconosciuto il loro ruolo. “In una società che invecchia - conclude la presidente del Cnoas - e che ha sempre più bisogno degli assistenti sociali le nuove generazioni stanno perdendo interesse per le professioni di cura perché sono sottopagate e sottovalutate. È necessario un investimento anche in informazione e comunicazione in cui il governo riconosca il valore della nostra attività”.










