di Alberto Maccari
Avvenire, 13 aprile 2025
Beneduci (Osapp) ritiene fallimentare la gestione del sistema da parte del ministero: “Si ascolti di più chi è sempre in prima linea”. Dirigenti del Dap in trincea per un giorno su disposizione del Ministero della Giustizia e un’ondata di ispezioni e supporti dimostrativi nelle carceri italiane. Ma a cosa servono? La domanda, che è anche una denuncia e un appello alle istituzioni a prendere provvedimenti concreti per affrontare l’annosa emergenza che sconvolge il sistema penitenziario, arriva da Leo Beneduci, segretario nazionale dell’Osapp (Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria). “Mentre assistiamo a queste dimostrazioni ben orchestrate all’insegna del “facciamo vedere noi come si fa da parte di dirigenti ministeriali che poi ripartono soddisfatti - dice il rappresentante sindacale - c’è chi resta in prima linea e deve fare i conti con la realtà quotidiana”.
Organici insufficienti e il disagio causato ai detenuti dal sovraffollamento di strutture che spesso sono fatiscenti e inadeguate, mettono a rischio ogni giorno l’incolumità fisica e il lavoro stesso degli agenti in quasi tutti i 192 istituti di pena presenti sul territorio nazionale. Così la sicurezza non può essere garantita sempre e comunque, come dovrebbe essere. Nel frattempo aumentano le aggressioni agli agenti e agli operatori carcerari e gli atti di ribellione da parte dei detenuti: la maggior parte dei circa 40mila agenti in servizio non ce la fanno più.
Secondo una ricerca di Antigone il rapporto fra persone recluse e agenti, in Italia, è di 1,67, ovvero poco più di un detenuto e mezzo per poliziotto. I concorsi indetti finora dall’Amministrazione penitenziaria prevedono circa 4mila nuove unità ma saranno sufficienti? C’è poi da considerare la questione della formazione dei neo-assunti, che necessita tempo e ulteriori risorse e si aggiunge alla necessità - anch’essa più volte fatta presente dalle organizzazioni sindacali del personale di polizia - dell’aggiornamento professionale. Beneduci, nel suo ennesimo, disperato appello alle autorità, insiste sulla inopportunità delle recenti decisioni prese dai vertici di Largo Arenula.
“Perché gli esperti del Dap non si insediano in trincea con lo stesso trattamento economico e per abnegazione e spirito di corpo rendono un contributo a lungo termine? - si chiede. L’ironia della sorte è che gli stessi che vengono a chiudere le celle sono quelli che poi valutano, monitorano gli eventi critici e istruiscono i procedimenti disciplinari”.
Ormai le tensioni dietro le sbarre hanno raggiunto livelli intollerabili anche per gli addetti alla sorveglianza. Mancano direttori e comandanti dei reparti e gli stipendi degli agenti, costretti a turni massacranti, non sono adeguati alla mole di lavoro da sopportare e alle responsabilità che ne derivano.
“Vorremmo spiegare al ministro, al governo o magari anche a qualcuno del Parlamento la necessità urgente di superare l’approccio teatrale alla sicurezza penitenziaria - conclude Beneduci - per costruire soluzioni che partano dalle esigenze concrete di chi, ogni giorno, garantisce l’ordine nelle sezioni detentive che, noi lo sappiamo altri no, non è solo una questione interna ma riguarda l’intera collettività”.











