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di Ornella Favero*

Ristretti Orizzonti, 24 dicembre 2022

Le feste sono fatte per ritrovarsi, rivedersi, accorciare le distanze, in qualche caso riappacificarsi. Però oggi in carcere una persona detenuta ci ha fatto pensare quando ci ha detto: “Poter telefonare ogni giorno a casa aveva aiutato la mia famiglia a ritrovarsi. Ora ritornare da una telefonata al giorno a una telefonata a settimana di dieci minuti significa riperdersi. Questo fine anno lo ricorderemo con i miei cari per esserci persi di nuovo”.

Dice l’articolo 15 dell’Ordinamento penitenziario che il trattamento del condannato e dell’internato è svolto anche “agevolando opportuni contatti con il mondo esterno e i rapporti con la famiglia”. “Trattamento” della persona detenuta non è certo una gran bella parola, però esprime un grande concetto, quello di una pena che non deve tanto “far male”, anche se lo fa, inevitabilmente, ma deve piuttosto accompagnare la persona detenuta a misurarsi con la responsabilità di aver provocato dolore e paura in altri esseri umani. Il dolore delle vittime, prima di tutto, ma anche il dolore dei propri figli, delle proprie famiglie. Ed è per questo che le famiglie sono uno dei pilastri della rieducazione, e l’Amministrazione Penitenziaria dovrebbe essere impegnata a fare di tutto per limitare i danni prodotti dal carcere sui legami affettivi. In questi ultimi anni c’è stato un paradosso: il Covid ha bloccato inizialmente i colloqui, ma poi ha indiscutibilmente dato un’accelerata agli affetti delle persone in carcere introducendo “il miracolo” delle videochiamate e la bellezza della quotidianità delle telefonate. Gente che in venti, anche trent’anni di carcere aveva potuto usufruire dei miseri dieci minuti di telefonata a settimana (erano addirittura sei fino al 2000) si è ritrovata a chiamare casa ogni giorno, e a entrare anche nei luoghi dei propri affetti con le videochiamate. Una grande boccata di ossigeno.

Pare però che le telefonate a breve non saranno più quotidiane, e francamente per una Istituzione che deve fare i conti quest’anno con 81 suicidi e che dice di volerli prevenire, sembra una follia non mantenere il più possibile l’unica forma di prevenzione vera, che è quella di rafforzare i legami famigliari. Certo, per chi ha figli minori dovrebbe restare la telefonata quotidiana, ma tutte le persone che sono da anni in carcere, come fanno ad avere figli minori? E quei figli maggiorenni che per anni hanno dovuto accontentarsi della miseria dei dieci minuti settimanali, perché devono essere di nuovo penalizzati dopo aver assaporato un po’ più di “normalità” con la chiamata quotidiana?

La Corte Costituzionale nell’ordinanza N.162/2010 definisce la regressione trattamentale “incompatibile con la logica della progressività che ispira il percorso rieducativo del detenuto e che è tutelata e garantita dall’art. 27 della Costituzione, attraverso la previsione della finalità rieducativa della pena”.

E invece, cosa sta succedendo?

Succede che le Istituzioni, che per prime dovrebbero farlo, non rispettano assolutamente la Costituzione, e permettono così una massiccia regressione nei percorsi rieducativi:

- per tutte le persone detenute che potevano telefonare quotidianamente, che hanno vissuto la doppia sofferenza della pandemia in carcere e ora si ritrovano a dover dire ai propri cari che finisce tutto, che si torna ai desolanti dieci minuti a settimana, mentre in tanti altri Paesi dell’Europa le telefonate vengono liberalizzate perché lì almeno hanno capito che è un investimento sulla sicurezza rafforzare i legami affettivi;

- per quelle centinaia di persone, semilibere o in articolo 21, che durante la pandemia hanno potuto restare fuori anche la notte, tornare in famiglia, ritrovare una vita più umana, e hanno dato prova di saper gestire bene questa libertà in più, ma ora si troveranno a regredire come soldatini che devono obbedire anche alle regole più incomprensibili della pena;

- per tutte quelle persone detenute con reati ostativi che già avevano dimostrato di avere preso le distanze dal loro passato, di aver messo in crisi le loro scelte distruttive, di aver costruito un percorso di riparazione del male provocato, e già accedevano ai permessi, e aspettavano con ansia un Natale con i propri cari. E si sono ritrovate, come nel gioco più sadico, a ritornare alla casella di partenza, e a dover di nuovo sprofondare nell’attesa, nonostante la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 253 del 2019, avesse riaperto la porta a quella speranza, che Papa Francesco invoca anche per gli ergastolani ostativi, i “condannati alla pena di morte viva”.

*Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti