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di Laura Di Domizio

Il Domani, 1 luglio 2025

Intervista all’avvocata Maria Brucale. Il 24 giugno una detenuta trans ha denunciato di essere stata violentata da quattro uomini nella sezione “protetti” del carcere Arginone di Ferrara, dove si trovano persone ritenute vulnerabili. Aveva chiesto fin dal suo arrivo, a marzo, di essere trasferita in un istituto più sicuro, ma la sua richiesta è rimasta inascoltata. Che cosa non ha funzionato? Lo abbiamo chiesto a Maria Brucale, avvocata penalista da oltre vent’anni, esponente dell’associazione Nessuno Tocchi Caino. 

 

Avvocata, oggi in Italia come viene gestita la detenzione delle persone transgender?

Una modifica all’articolo 14 dell’ordinamento penitenziario nel 2018 ha introdotto la possibilità per le persone vulnerabili, anche per ragioni di genere, di chiedere all’ingresso in carcere di essere ristrette in luoghi protetti. in teoria, le persone trans dovrebbero avere accesso a sezioni dedicate. In pratica, si tratta spesso di collocazioni residuali, all’interno di istituti maschili. E la cosiddetta “protezione” può tradursi in isolamento, o peggio. La sezione “protetta”, però, non ha impedito quanto avvenuto a Ferrara. Esatto. “Luogo protetto” non significa niente se non è realmente sicuro. In molti istituti, le persone trans finiscono in sezioni miste, con, forze dell’ordine, ex magistrati o condannati per reati sessuali: soggetti considerati a rischio aggressioni ma per motivi del tutto diversi.

 

Ci sono reati ricorrenti tra le persone trans detenute?

 I reati più comuni sono legati alla prostituzione o allo spaccio. Ma al di là dei numeri, la questione è qualitativa le difficoltà pratiche e relazionali sono enormi. A partire dalla somministrazione degli ormoni. Esattamente. All’interno del carcere l’accesso agli ormoni è legato al riconoscimento della disforia sessuale da parte di un medico, e alla disponibilità della Asl. Ma l’interruzione della terapia può compromettere profondamente psico-fisico di queste persone. E in generale il diritto alla cura è messo in crisi dal sovraffollamento. Oggi accedere a qualsiasi tipo di cura è difficile. Figuriamoci a percorsi più specifici come questo. La mancanza di continuità terapeutica è uno dei problemi maggiori.

 

Quali altre difficoltà riscontra?

 Sicuramente quelle relazionali e legate alle attività trattamentali. Le carceri dovrebbero offrire anche a loro spazi di relazione, intrattenimento, corsi, ma tutto viene filtrato da una concezione distorta della sessualità: si ragiona solo in termini di protezione dal desiderio, come se la sessualità fosse per forza rischio o abuso. Questo porta a isolarle, anche nei percorsi rieducativi. E con il personale ridotto al minimo, spesso non si riesce neppure a garantire le minime condizioni di sicurezza per includerle in attività comuni.

 

Esistono figure formate per gestire queste situazioni, o tutto dipende dal buon senso del singolo?

 Non credo ci sia una formazione davvero mirata. Nelle carceri esiste il cosiddetto personale del “trattamento”, una parola brutta, che indica il percorso rieducativo previsto per ogni detenuto. Tra queste figure ci sono psicologi, psichiatri, educatori, mediatori culturali. Ma nella maggior parte dei casi non sono preparati ad affrontare la vulnerabilità specifica legata all’identità di genere, all’isolamento, al rischio di emarginazione o oggettivazione sessuale. E allora ci si affida alla sensibilità individuale, che può esserci o non esserci.

 

Quando vengono inserite nella stessa sezione, tra persone trans si creano legami di solidarietà o emergono nuove fragilità?

Entrambe le cose. Esistono forme di sostegno reciproco, ma anche conflitti. Dentro queste sezioni finiscono persone con sensibilità e vissuti molto diversi. A Rebibbia, per esempio, mi è capitato di vedere tensioni tra persone trans e persone omosessuali, che venivano emarginate. Si crea un ghetto nel ghetto.

 

E una volta fuori, cosa succede?

Come per tutti, il carcere isola. E per le persone trans, l’uscita può significare ancora più solitudine. La società le respinge, e la rieducazione, nella maggior parte dei casi, resta solo sulla carta.

 

C’è un’emergenza strutturale?

 Assolutamente. Ma è un’emergenza invisibile. 12 società non è ancora pronta a riconoscere e valorizzare la differenza le carceri ne sono lo specchio più opaco.

 

Se potesse indicare una priorità assoluta?

 il diritto alla sessualità. Se le carceri permettessero incontri intimi e relazioni affettive, come avviene per i colloqui familiari, verrebbe meno la logica della “protezione” basata sulla paura del desiderio. L’assenza di una vita sessuale normale crea frustrazione, tensione, e produce vulnerabilità. In carcere si costruisce brutalità, la si alimenta Bisogna avere il coraggio di riconoscerlo.