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di Giada Aquilino

L’Osservatore Romano, 28 ottobre 2026

“È semplicemente un modo, molto bello, per sentirsi parte della visita che il Santo Padre sta per compiere in Perù”, nel quadro del suo viaggio apostolico che lo porterà tra il 6 e il 17 novembre anche in Uruguay e in Argentina. Silvia Alayo, segretaria esecutiva della Commissione per l’azione sociale della Conferenza episcopale peruviana, commenta così l’ultima iniziativa portata avanti nel carcere femminile di Chorrillos, a Lima. Nell’ambito di un progetto statale di reinserimento e in vista del viaggio di Leone XIV in America Latina, le detenute cuciono bambole di velluto raffiguranti il Papa e realizzano rosari, collane e altri oggetti da destinare poi alla vendita fuori dal penitenziario.

“Si tratta - spiega la rappresentante della Commissione per l’azione sociale, organismo da cui dipende anche la pastorale carceraria - di un’iniziativa del programma peruviano delle “Carceri produttive”, politica pubblica riguardante il sistema penitenziario del Perù con la partecipazione del settore privato, per facilitare il reinserimento sociale e la riabilitazione delle persone private della libertà attraverso il lavoro”. In pratica si offre “un’opportunità di formazione professionale, ma anche di lavoro all’interno del carcere”, fondamentale per “il raggiungimento o l’adempimento dello scopo della pena detentiva”.

Come Chiesa, osserva Alayo, “apprezziamo e sosteniamo molto questa iniziativa dello Stato, nata negli ultimi sei-otto anni ma che si fonda sull’esperienza dei laboratori produttivi nelle carceri, dove fondamentalmente la Chiesa aveva iniziato a lavorare già da decenni”. A pochi giorni dall’arrivo di Leone XIV in Perù, dietro le sbarre d’acciaio di Chorrillos il ticchettio ritmico delle macchine da cucire e il rumore delle forbici segnano le giornate in carcere di settantotto detenute. Per le donne questo lavoro rappresenta una via di fuga mentale e un modo per sostenere le loro famiglie da lontano, cercando di non perdere il contatto soprattutto con i figli. “Potremo anche non essere con loro fisicamente, ma siamo lì con l’anima e con il cuore”, ha detto una delle detenute all’agenzia Reuters.

In Perú “abbiamo una popolazione carceraria che sfiora le 107.000 unità”, riprende Silvia Alayo: “Il Paese ha 69 carceri dove la situazione di detenzione è estremamente critica a causa dell’attuale tasso di sovraffollamento: a livello nazionale si aggira attorno al 154 per cento. Le donne rappresentano circa il 5 per cento della popolazione carceraria totale e sono pochissimi gli istituti penitenziari esclusivamente femminili, concentrati principalmente a Lima”. A febbraio di quest’anno il carcere di Chorrillos ospitava oltre 1.500 persone, in due strutture, una delle quali è di massima sicurezza. La capienza iniziale era di 700 persone o poco più. Il sovraffollamento, prosegue, non è “solo un problema di infrastrutture”, incide “sulla dignità, sulla salute, sulla convivenza e sulle reali possibilità di reinserimento sociale delle donne detenute”.

Fra i reati figurano quelli contro il patrimonio, in tutte le varianti: “C’è il furto, il furto aggravato”, elenca la segretaria esecutiva della Commissione episcopale per l’azione sociale, “ma il più comune è il traffico illecito di droga. Come nel resto dell’America Latina, si verifica quella che viene chiamata la “femminilizzazione” di tali reati, poiché la maggior parte delle donne è in carcere proprio per questo. E quando analizziamo i loro casi - lo sottolineo non con l’intento di giustificare il reato ma per mettere in luce il profilo delle detenute - scopriamo che si tratta di donne che si lasciano coinvolgere per una situazione di necessità, perché magari sono capofamiglia, o per motivi sentimentali, perché i loro partner appartengono a una cerchia di violenza o criminalità”.

In tale contesto l’impegno della Chiesa “è, da un lato, quello di un accompagnamento spirituale, di fede, per aiutare le persone a trovare il senso della vita nel trascendente che scoprono”; dall’altro “c’è la promozione umana integrale e, al suo interno, l’aspetto lavorativo, non solo a fini terapeutici ma partendo dal riconoscimento del diritto al lavoro delle persone private della libertà. In tal senso abbiamo quindi avuto esperienze diverse, maturate in molti anni di accompagnamento e di sostegno a programmi di formazione professionale, nonché di realizzazione di laboratori produttivi (giocattoli, ceramiche, confezioni, scarpe) attraverso cui le persone, in particolare le donne, possono mantenere la famiglia anche dal carcere. Molti dei nostri gruppi pastorali - aggiunge - collaborano con l’Istituto nazionale penitenziario, che è responsabile della gestione delle carceri, aiutando a metterlo in contatto con imprenditori alla ricerca di manodopera qualificata e in grado di contribuire alla crescita delle loro aziende”. Ma non mancano “le parrocchie che commissionano la realizzazione di croci, rosari, magliette per i giovani della loro pastorale”.

In attesa della visita del Papa c’è molto fermento, racconta Alayo: “C’è un grande affetto per il nostro Leone XIV. Lo consideriamo uno di noi”. Il 24 agosto 2015 gli venne concessa la cittadinanza peruviana per naturalizzazione: “È molto conosciuto e amato qui. Le donne detenute, in particolare quelle di Chorrillos ma non solo, sentono di voler far parte in qualche maniera della sua visita. Quindi stanno realizzando bambole, rosari, tazze e magliette con il volto del Papa stampato sopra. È un modo per sentirsi libere di poter accogliere il Pontefice”. Quando è stato eletto, “nel carcere di Chorrillos sono state scritte lettere a Leone XIV, celebrate messe di ringraziamento e composte poesie. Poi, quando si è saputo che il Santo Padre sarebbe venuto in Perù, c’è stata grandissima gioia”, unita alla preghiera per la sua salute. Una detenuta, Milagros, si è detta certa che a Lima “il suo spirito le raggiungerà” fino a Chorrillos: “Continueremo a pregare per lui e a sentirci fratelli e sorelle del nostro Papa peruviano”, ha confidato.