di Gloria Ghiara
Elle, 25 settembre 2025
Valery Zevallos non si limita a creare abiti, ma con il suo brand “Estrafalario” ricuce storie e vite delle donne in carcere che, grazie alla moda, possono riscrivere il proprio futuro. La prima idea di libertà è racchiusa in una cucitura. È così che, tra le alte mura di un carcere femminile di Lima, in Perù, dove le ore sono scandite da chiavi, sbarre e corridoi e dove il tempo scorre pesante, un nuovo ritmo prende il sopravvento: è scandito dal sussurro dell’ago e del filo che attraversano i tessuti, dal rumore metallico di forbici che indovinano la loro linea, dal ronzio delle macchine per cucire.
È qui che Estrafalario ha trasformato un laboratorio dentro una fortezza di cemento in un atelier, collaborando con le donne in carcere per creare capi che portano con sé la prova della pazienza e delle possibilità. Ogni punto, ogni cucitura, ogni taglio, ogni ricamo è un atto di resistenza all’idea che una persona possa essere ridotta unicamente al suo passato; ogni capo è un manifesto silenzioso di ciò che scegliamo di costruire per il futuro. Valery Zevallos non si limita a creare abiti, ma ricuce storie e vite. È lei il cuore pulsante, la fondatrice e la designer di Estrafalario (estrafalario.pe), brand peruviano che fonde l’artigianato locale con l’estetica urbana contemporanea, nato dalla convinzione che la moda debba lasciare il mondo migliore di come lo ha trovato. Creando senza distruggere. Rigenerando vite e ambiente.
Trasformando le seconde opportunità in arte da indossare. Valery stessa, nell’elenco 2025 delle 50 donne più potenti del Perù stilato da Forbes, è la prova che il proprio destino si può riscrivere. “Sono nata ad Arequipa, una città peruviana stretta tra le Ande e la costa, e amo la moda da che ho memoria”, racconta a Elle. “Da ragazzina, nei primi anni Duemila, frequentavo un collegio tedesco-peruviano dove a differenza degli altri non era prevista una divisa. Per i miei genitori, lo sforzo era quello di pagarmi l’istruzione, non di comprarmi vestiti diversi ogni giorno.
Ma per me il vestire era un modo di esprimermi: volevo che ogni giorno fosse come sfilare su una passerella. È stato allora che ho scoperto la mia creatività. Il mio primo contatto con il fashion design è nato dall’upcycling: modificavo i vestiti di mia madre e delle mie zie che venivano dalla Svizzera, tagliandoli, cucendoli e personalizzandoli secondo il mio stile. Così i miei vestiti sono diventati diversi da quelli degli altri e io mi sentivo unica, stravagante, eccentrica. Da quell’esperienza è nato il nome del mio marchio, Estrafalario”. Il tempo passa, Valery vorrebbe studiare design di moda, ma suo padre rimane fermo e la orienta verso studi di ingegneria: “Questo è solo un tuo hobby, mi diceva. Ma io volevo solo disegnare e creare, così ho comprato i miei primi tessuti, mi sono alleata con la sarta di fiducia di mia madre, le ho portato i miei primi modelli di camicette, lei li ha confezionati e io ho iniziato a venderli”.
Quella sua prima proposta da stilista riscuote un certo successo ad Arequipa e finalmente nel 2013 Valery riesce a iniziare gli studi in Fashion Design a Lima. È grazie ad alcuni concorsi durante l’ultimo anno che approda alla COP21 a Parigi: è qui che un’industria, quella della moda, che aveva sempre e solo identificato con il glamour e la bellezza, le si rivela anche nei suoi aspetti negativi, nei suoi lati oscuri. È uno shock, ma anche una svolta. “Ho iniziato a indagare su questo argomento e non solo”, racconta la designer, “scoprendo i risvolti dello sfruttamento e i numeri allarmanti della violenza contro le donne anche nel mio Paese. È solo in quel momento che ho capito in modo profondo e genuino che l’aver intrapreso la strada dell’imprenditorialità quando ero molto giovane in qualche modo mi aveva protetta. Mi ha permesso di riconoscere i privilegi e le opportunità che avevo avuto e ho sentito il bisogno di restituirli alla mia società. È stato scioccante rendersi conto che oltre il 60% delle donne peruviane che hanno subito violenza dipendono economicamente ed emotivamente dal loro aguzzino. Dalla mia posizione di sicurezza e indipendenza economica ho capito che per lavorare sulla sostenibilità non bastava occuparsi dell’ambiente e dei materiali: bisognava anche abbattere queste differenze sociali”.
Nasce così, dalla consapevolezza, il programma Social de Empoderamiento y Empleabilidad di Estrafalario, che inizialmente coinvolge alcune artigiane del nord del Paese nella co-creazione di borse tradizionali, ma la vera sliding door di Valery si apre un giorno qualsiasi, quando, mentre cammina per il centro di Lima in cerca di nuovi materiali, l’universo fa sì che le cose si allineino e la designer si imbatte in una vetrina molto bella di oggetti fatti a mano. “Mi sono soffermata, ma il negozio era chiuso: in quel momento si è avvicinato un guardiano che mi ha spiegato che si trattava di cose fatte in carcere e che mi avrebbe dato il numero di telefono di una venditrice. Il giorno dopo l’ho chiamata e, con mia grande sorpresa, era la responsabile di Cárceles Productivas, un programma appena avviato, e mi ha invitata a partecipare e a visitare il carcere. Era la mia prima volta e nella parte maschile mi sono sentita a disagio.
Ho avvertito invece un’energia e una connessione del tutto diverse nella sezione femminile e ho deciso che volevo lavorare solo con le donne, che avevano minime nozioni di manualità e artigianato, ma tanta voglia di imparare”. All’inizio, però, non è stato facile: Valery è accolta da diffidenza e indifferenza e solo grazie a Patt, una donna tailandese condannata per traffico di droga, riesce a rompere il ghiaccio con le altre detenute. “La prima persona che si è interessata al mio programma sociale è stata Patt, che fino ad allora sopravviveva in carcere nel silenzio e nella solitudine: oggi proprio Patt rappresenta il nostro caso di maggior successo, è il simbolo del progetto. Ha compreso la mia visione ed è stata lei a spiegare alle altre donne che poteva essere interessante e utile provare a prendere un ago in mano. Abbiamo iniziato con sei detenute nel 2016, poi il brand è cresciuto molto e siamo arrivati a coinvolgerne 158. Oggi lavorano per noi 72 donne e abbiamo anche attivato laboratori e iniziative all’interno delle carceri: quindi, non solo lavoriamo con le interne sui capi di Estrafalario ma offriamo loro una serie di servizi di empowerment femminile, corsi di formazione e sostegno psicologico. Io vado due volte la settimana in carcere, l’atelier è il mio laboratorio creativo: non posso entrare con il telefonino e questo mi aiuta a concentrarmi sul lavoro e a creare senza distrazioni a stretto contatto con le altre donne”.
Introdotto in diversi centri commerciali peruviani, Estrafalario dal 2018 ha iniziato a crescere come brand ma ha vissuto una vera esplosione con la pandemia, grazie alle mascherine fashion con tecnologia viroblock, lavabili e riutilizzabili, nate per un’esigenza vitale: “Nel periodo del Covid le carceri peruviane sono state uno degli ultimi luoghi a ricevere aiuti per proteggersi dal virus”, spiega la designer. “Le detenute mi raccontavano che stavano morendo e che c’erano proteste in corso. Per proteggerle abbiamo creato insieme queste mascherine che poi abbiamo pensato di vendere, ed è stato un successo: la Conscious Mask ci ha permesso di crescere in pandemia dell’879 per cento, aumentando il lavoro per le donne in carcere e finanziando con il 10 per cento dei ricavi il programma a favore delle detenute”.
Valery ha una relazione molto stretta e molto forte con le donne che ha conosciuto in penitenziario e vede la moda come un ponte per dare a chi non ha avuto le sue stesse opportunità nella vita gli strumenti per andare avanti e per riscrivere la propria storia, per essere finalmente “viste”: “Ci sono casi meravigliosi come quello di Patt”, racconta, “che oggi è libera, ha deciso di restare a vivere in Perù, ha una casa ed è stata assunta da Estrafalario, ma anche di altre come Flor o Leonor, che una volta scontata la pena grazie al nostro programma di reinserimento sociale hanno continuato a collaborare con noi. Molte non sapevano cucire ed escono dal carcere qualificate per lavorare come sarte.
Le detenute ricevono un salario equo, che sono riuscita a far crescere del 125 per cento. Tutto questo ha un impatto non solo sulle vite delle donne ma anche sui nostri clienti, che vedono i nostri capi non come semplici abiti ma come vere e proprie storie da indossare. Si crea un legame che dà un senso profondo a quello che facciamo. Non a caso abbiamo ricevuto tanti riconoscimenti e anche io mi rendo conto di aver avuto una grande opportunità: quella di trasformarmi, reinventarmi, utilizzare l’imprenditorialità e la moda per crescere anche come donna”.
Oltre gli abiti, la moda per Valery è il punto fermo attorno al quale creare veri e propri ecosistemi, per stabilire nuove alleanze a favore delle persone e dell’ambiente: “Estrafalario è un marchio che mi piace definire olistico. Ho capito che da sola non potevo andare molto lontano, così ho deciso di andare oltre e costruire ponti: partecipare a concorsi governativi per accedere a fondi che rafforzassero il nostro programma sociale, renderlo più solido e replicarlo insieme ad altre aziende; e creare alleanze con grandi aziende private e Ong che amplificassero il nostro impatto. In questo modo siamo riusciti a piantare più di 9.000 alberi a Pucallpa e Cusco e a lavorare con scorte inutilizzate ed eccedenze di tessuti di alta qualità provenienti da alcune delle principali aziende del Paese. La mia visione è sempre stata quella di mettere la passione al servizio degli altri, intendendo la moda non solo come design, ma come uno strumento di trasformazione che ci umanizza. Attraverso Estrafalario, cerco di ispirare più marchi, istituzioni e persone a unirsi a questa missione: dimostrare che la moda può essere un ponte tra creatività, sostenibilità e giustizia sociale”.
Credere fermamente nel potere trasformativo delle seconde opportunità guida il cammino internazionale del brand di Valery che il 15 settembre ha segnato un nuovo capitolo della sua storia con l’ingresso ufficiale nel prestigioso Concept Store Doors di New York dopo le recenti aperture del mercato in Medio Oriente e in Asia. Ma non è tutto: fino al 24 settembre, nei primi giorni della Fashion Week, Estrafalario insieme a Promperú (@promperu_italia) presenta a Milano in esclusiva la sua collezione Primavera-estate 2026. Dal 3 al 6 ottobre sarà invece alla Fiera internazionale Première Classe a Parigi, consolidando così il posizionamento globale come punto di riferimento per la moda non solo sostenibile, ma anche di impatto sociale.
Perché nella visione di Valery, il “potere” che le attribuisce Forbes è soprattutto responsabilità, quella di usare la sua voce e la sua visibilità per aiutare le donne “invisibili”, come Patt e tutte le altre: “Perché è con loro, a cui sono profondamente grata così come al mio staff e alla mia famiglia, che mi ha aiutata a non arrendermi, che posso continuare a creare un brand che è anche un movimento, e che spero davvero sia da esempio per altre realtà simili del Sudamerica”.










