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di Sandro Francesco Allegrini

perugiatoday.it, 28 ottobre 2022

Quando, a cambiare senso, basta una lettera dell’alfabeto. Un percorso di recupero e reinserimento attraverso il linguaggio forte del teatro. Un progetto dal nome simbolico “Per aspera ad astra”.

Ed erano una trentina i soggetti coinvolti nell’operazione, in ruoli e funzioni diverse e complementari. Il tutto sotto l’accorta regia di Vittoria Corallo. Con la convinta adesione della direttrice del carcere Bernardina di Mario, anche attraverso la fitta rete di suoi collaboratori, con la persuasa approvazione dei giudici di sorveglianza, con la partecipazione della nostra ABA per la scenografia, col sottofondo della ‘band indie rock post punk’ Panta, col sostegno della Fondazione Perugia. Un’operazione veramente corale.

Il testo/pretesto intorno al quale ruota l’affabulazione è “Gli Uccelli” di Aristofane: più per metodo che per contenuti. Insomma: si sposta il punto di osservazione. Ma nello spettacolo c’è anche parecchia scienza e allusività. Basta saperla trovare. Una rappresentazione intrisa di forte carica simbolica. Così il lanciare spazzatura, che qualcuno pazientemente raccoglie. Un bisogno di pulizia che è soprattutto interiore. Il lasciare indumenti logori e sporchi per vestirne di nuovi. L’assumere un abito per identificare un personaggio. L’assillo dei telefonini che non vanno e il calare improvviso del buio, aspettando il “fiat lux” letterale e metaforico.

Il continuo storytelling familiare, fatto di nonni, cugini e sorelle. Fino allo straziante fuori programma della lettera finale, sul tema eterno della madre: adorata, allontanata, rimpianta. Nell’auspicio di un mondo in cui ci sia spazio per tutti. E poi quella riflessione (“agostiniana”?) sul tempo: galantuomo, denaro, sfuggente e indefinibile. Eppure metronomo dell’avventura esistenziale. Un esperimento in cui vale di certo più il percorso che il traguardo. Per ridare dignità e senso alle scelte. Che non debbono mai essere irreversibili. Pena la disperazione e il morire dentro.

Belle parole di Daniela Monni (Fondazione), dell’assessore Edi Cicchi, del magistrato, della direttrice. Del direttore dello Stabile Nino Marino che ci ricorda come, per quella prestazione, i detenuti abbiano sottoscritto un contratto. Dando il senso di aver effettuato una prestazione professionale. Ma con la gioia di essersi riscoperti parte attiva, e utile, del vivere civile.

Consenso generale anche da parte delle classi del Mariotti e del Pieralli. Giovani che, per un paio d’ore, hanno fatto a meno del telefonino. Comprendendo come anche un (semplice, ma non banale) cambio di consonante (Balera/Galera) possa, a volte, segnare una svolta. Perché il carcere deve essere recupero, non vendetta. In un Paese civile.