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di Cristina Ventura

 

La Stampa, 16 aprile 2015

 

Si è presentato così: "Ho 28 anni e sono un fine-pena-mai". Ha commesso un omicidio, quando era poco più che un ragazzino. Come lui Emanuele, che di anni ne ha 27, stesso reato, stessa pena e un figlio a casa ad aspettare. Loro sono i due giovani detenuti del carcere di San Gimignano che hanno partecipato al premio nazionale Giornalisti Nell'Erba.

Antonio ed Emanuele hanno una vita da passare dietro le sbarre, ma hanno trovato una nuova finestra per guardare l'orizzonte, un "oltre" per vedersi nel mondo. Gliel'ha portato in carcere una psicologa e tutor del progetto, Michela Salvetti, il giorno che gli ha proposto di iscriversi al premio di giornalismo ambientale.

Mercoledì 15 aprile alle 14, all'Hotel Sangallo di Perugia durante il panel di Giornalisti Nell'Erba, al Festival Internazionale del Giornalismo, si potranno ascoltare Emanuele e Antonio, le loro letture e scritture, il racconto di Michela Salvetti che li ha seguiti, e le riflessioni dello scrittore e giornalista Gaetano Savatteri e di Carmelo Sardo, autore di "Malerba", scritto a quattro mani con Giuseppe Grassonelli, all'ergastolo per crimini mafiosi. Modera Alfredo Macchi.

Attraverso la scrittura, un mezzo nuovo da sperimentare, Emanuele e Antonio hanno trovato un nuovo modo per guardare lontano, per entrare in contatto con il mondo esterno, per essere in un certo senso pari ai coetanei, facendosi leggere da loro. Hanno riscoperto l'importanza delle loro radici e del territorio in cui vivevano, del rispetto della natura da cui l'uomo dipende, ma anche come luogo psichico che li ha profondamente segnati. Antonio viene dalla Sicilia ed ha descritto il legame intimo che lo lega al mare, mentre Emanuele, calabrese, ha raccontato il rapporto con la sua terra e con tutte le persone che gli hanno insegnato ad amarla, in un viaggio nella memoria a partire dai colori e dagli odori.

"L'iscrizione a questo concorso vuole essere una possibilità di confrontarsi con dei coetanei, di andare oltre i confini della loro cella, di ritrovarsi ragazzi e non solo carcerati, di riappropriarsi di un rapporto positivo con l'ambiente in cui sono cresciuti", dice Salvetti. Nei loro articoli, attraverso l'indagine giornalistica nei gesti di un quotidiano passato e nei ricordi di famiglie fortemente legate alla terra, "ritrovano nella salvaguardia dell'ambiente valori diversi da quelli dell'illegalità".

Ed è proprio grazie a questo viaggio nella memoria che sono stati obbligati, attraverso l'esercizio della scrittura, ad ordinare gli eventi della vita, a fare chiarezza, aprendosi a sentimenti e paure e, infine, affrontare anche i crimini. "Non bisogna mai dimenticare che c'è stata una vittima e loro ne sono responsabili" continua la psicologa, "ma la pena dovrebbe divenire un progetto per favorire la riabilitazione". La scrittura giornalistica, la possibilità di scrivere e anche di farsi leggere, sembra che abbia gettato qualche base per il viaggio lungo e difficile del reinserimento nella società.