perugiatomorrow.it, 30 giugno 2025
Dure contestazioni da parte di giuristi, attivisti e garante dei detenuti: in Umbria preoccupano le ricadute sulle carceri e sui diritti civili: “Pene spropositate, renderanno le situazioni ancora più ingestibili”. Il nuovo decreto sicurezza approvato ad aprile dal Parlamento continua a suscitare forti polemiche, soprattutto per le sue ricadute penali e sociali. Ad alzare la voce è stato il garante regionale per i detenuti dell’Umbria, Giuseppe Caforio, intervenuto a Perugia nel corso di un incontro organizzato dalla Caritas e dall’associazione Antigone Umbria. “Il Parlamento ha cavalcato la questione sicurezza, reale e concreta, ma andando molto oltre”, ha dichiarato Caforio, criticando duramente il contenuto del provvedimento.
Particolarmente contestata l’introduzione del reato di rivolta penitenziaria, che prevede pene fino a 18 anni di reclusione in caso di lesioni: una misura che Caforio ha definito “assolutamente spropositata”. Secondo il garante, questa norma rischia di inasprire ulteriormente una situazione già compromessa: “Le condizioni nelle carceri umbre sono esplosive, come dimostra la recente rivolta nel carcere di Terni”, ha evidenziato. Anche l’avvocata Caterina Martini, esperta di diritto processuale penale, ha criticato l’impianto del decreto, definendolo “l’ennesimo provvedimento emergenziale in materia di politica criminale”. Martini ha sottolineato le difficoltà applicative che attendono le autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza, già fortemente oberate da carichi di lavoro crescenti. “Si rischia un cortocircuito sistemico, in cui le nuove norme generano un aggravio procedurale senza garantire maggiori tutele”, ha spiegato.
Il provvedimento è stato bollato come “repressivo e penalizzante per le fasce più deboli della popolazione” anche da Nunzia Parra, rappresentante dell’associazione Avvocati di Strada, che assiste persone senza fissa dimora e in condizioni di marginalità. Parra ha denunciato l’inasprimento delle pene per comportamenti come l’accattonaggio o il blocco stradale, ricordando episodi recenti come la minaccia di denuncia agli operai metalmeccanici che avevano occupato pacificamente la tangenziale di Bologna durante una protesta sindacale. Secondo Parra, si tratta di un chiaro segnale di criminalizzazione del dissenso e del disagio sociale, mentre si continua a ignorare le cause strutturali della marginalizzazione e della tensione sociale. “Non è reprimendo chi protesta o chi vive in povertà che si costruisce sicurezza, ma investendo in inclusione, servizi e mediazione sociale”, ha concluso.











