sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Silvia Angelici

La Nazione, 17 febbraio 2026

Infermieri, detenuti e operatori ci raccontano la vita nel penitenziario di Capanne. Secondo i dati di Antigone, le condizioni di vita nelle carceri italiane sono difficili: sovraffollamento (su 40.000 posti disponibili, le persone detenute nel 2025 sono state 61.507), mancanza di personale, di spazi destinati al lavoro. Come è possibile tutto ciò? Per rispondere a questa e a molte altre domande, abbiamo raccolto delle informazioni per gettare uno sguardo nelle carceri italiane. Abbiamo intervistato F.C., un educatore, M.D’A., un’infermiera, e F.M., un uomo che è stato ristretto nel carcere di Capanne (Pg) per un anno. Quest’ultimo ci ha detto che il momento più difficile per lui è stato l’arrivo in carcere: “Quando senti per la prima volta la serratura della chiave scattare, capisci che la tua vita sta cambiando”.

Poi ci sono le notti che non passano, i pensieri sono tanti, i rumori sempre presenti, le urla, i pianti. Le celle a Perugia ospitano al massimo due persone, sono provviste di una finestra, una TV e un bagno. Una volta alla settimana sono previsti colloqui con i familiari, momento molto delicato perché i detenuti sono consapevoli che i loro cari saranno sottoposti a vari controlli. L’importante, ha aggiunto, è non cedere alla rassegnazione, altrimenti la vita diventa impossibile: cercare di sfruttare tutte le possibilità che il sistema ti offre (palestra, sport all’aperto), a volte anche chiedere un “Come stai?” può migliorare la giornata. Poi bisogna avere il coraggio di chiedere aiuto: agli agenti penitenziari che capiscono gli stati d’animo dei detenuti, le loro fatiche, ai compagni e agli operatori.

M.D’A. ci ha confermato che alcuni detenuti si sono aperti con lei, anche perché in carcere non c’è uno psicologo o uno psichiatra fisso, e quando è di turno non riesce ad ascoltare tutti, per non parlare del fatto che per ogni seduta bisogna inoltrare una “domandina”, così viene chiamato il modulo da riempire, quindi vanno considerati anche i tempi burocratici d’attesa. M.D’A non ha mai avuto paura, non ha mai avuto problemi perché, aggiunge “Rispetto genera rispetto”, ha sempre instaurato un rapporto di vicinanza e supporto con quelli che erano per lei semplicemente dei pazienti.

F.C., come educatore, si occupa dal 2010 a 360° dei detenuti: innanzitutto si mette a loro disposizione, cerca di dare delle risposte, di metterli in contatto con “il fuori”, di prepararli a riconnettersi con il mondo esterno, quando arriva il momento di uscire. Perché arriva il momento di uscire e sarebbe auspicabile che queste persone fossero allora in grado di inserirsi nuovamente nella società, dopo esser state rieducate e non solo punite in carcere.