di Elisabetta Ferri
Il Resto del Carlino, 25 ottobre 2026
L’associazione entra tutti i giorni a Villa Fastiggi con dodici persone “Sospendiamo il giudizio: la nostra prerogativa è sempre l’ascolto”. È il tempo a decretare quando un servizio ha il dono della costanza. “Isaia, volontari col carcere di Pesaro” ha festeggiato sabato mattina il suo 25° anniversario, un’associazione che opera senza fare troppo rumore in un contesto difficilissimo. Anche il posto scelto per la conferenza stampa, il Caffè Autentico, nuovo bar sociale della Biblioteca San Giovanni, dimostra la sensibilità di questa realtà presieduta da Maria Pia Boni e fondata nel 2001 da Stefano Danti, oggi trasferitosi a Trieste per aiutare i migranti.
“Pensare che da 25 anni qualcuno si occupa con continuità, a volte anche con professionalità, dei carcerati non è scontato - dice la presidente di Isaia -. Quando Stefano Danti, conosciuto a Pesaro come Tito, decise di dare questo nome all’associazione scelse un pronome non a caso, col carcere anziché nel, una sottigliezza significativa, perché noi non ci poniamo in antitesi all’amministrazione penitenziaria ma collaboriamo. La nostra prerogativa è l’ascolto, cioè colloqui individuali in supporto dell’area pedagogica: facciamo un lavoro di scrematura delle loro esigenze perché 4 operatori sarebbero troppo pochi per ascoltare tutti”.
Sono 12, attualmente, i volontari che entrano a Villa Fastiggi, quasi tutti adulti eccetto un paio di giovani di 23 anni, di cui uno sta iniziando ora il suo servizio: “Seguiamo una linea comune, quella di sospendere il giudizio sul reato che hanno compiuto, anche perché non lo conosciamo, a meno che non ce lo dicano loro: cerchiamo di spostare lo sguardo dal reato alla persona, ci interessa la sua umanità”. L’associazione Isaia si prodiga per cercare indumenti e gestisce un magazzino di vestiario sia per uomini che per donne, che sono molte meno, circa una trentina rispetto ai 230 uomini detenuti oggi a Villa Fastiggi: “Quando entrano molti non hanno niente, un po’ perché un terzo di loro è straniero e non ha rete parentale, oppure hanno rotto i rapporti coi familiari”.
Ad aiutarli ci sono anche la Caritas, l’Auser Pantano che più volte ha dato un contributo sostanzioso per acquistare soprattutto le scarpe, e l’associazione “A braccia aperte”. Oltre a questo i volontari svolgono anche servizio di patronato e di curriculum perché quando escono, soprattutto dopo molti anni, vengono catapultati in un mondo molto diverso, dato che in carcere non hanno accesso a mezzi tecnologici. “Una storia che parte da lontano e testimonia l’attenzione e la sensibilità di questo territorio - riconosce l’assessore alle politiche sociali, Luca Pandolfi -. Se dobbiamo lavorare per un recupero sociale dei detenuti, è importante che chi esce abbia dei riferimenti: ogni ora spesa dai volontari in un contesto difficilissimo come quello del carcere è preziosa”.









