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di Tiziana Petrelli

Il Resto del Carlino, 9 agosto 2025

Viaggio all’interno della struttura che ospita 247 persone, tra uomini e donne, ben oltre la capienza regolare. “Se arrestano qualcuno oggi, non sappiamo dove metterlo”. Lasciare tutto: il telefono, la borsa, il documento. Non solo per sicurezza. È un rito di passaggio. Ogni oggetto resta fuori, come a dire che anche la propria identità, per un momento, va messa da parte. Si entra in un’altra dimensione. Quella del carcere. Villa Fastiggi, la casa circondariale di Pesaro, appare da fuori come un edificio austero. Ma è solo oltre il primo cancello - aperto con un suono secco di metallo e un dito che preme un pulsante - che il mondo cambia davvero. Si cammina scortati. Cancello dopo cancello. Bussare, attendere, attraversare. È un movimento lento, cadenzato, che impone rispetto e misura.

Il gruppo è composto da 17 persone, tra avvocati della Camera Penale - l’ingresso è stato reso possibile grazie a loro - giovani, amministratori e cittadini. A guidare il percorso ci sono la direttrice Annalisa Gasparro e il comandante della Polizia penitenziaria Cesari. Con calma e precisione ci accompagnano in un viaggio che dura un paio d’ore ma rimane dentro molto più a lungo. Per permettere la nostra visita, i detenuti sono stati chiusi nelle stanze, anche se al mattino solitamente possono muoversi nei bracci. È un gesto che pesa. Il nostro passaggio toglie loro l’aria. Ce ne rendiamo conto quasi subito, quando si incrociano i primi sguardi dalle grate socchiuse.

La struttura ospita 247 persone, ben oltre la capienza regolamentare. Alcuni reparti sono inagibili dopo i danneggiamenti di aprile, durante una sommossa nell’area dell’alta sicurezza. Questo ha costretto a riorganizzare tutto. “Se arrestano qualcuno oggi, non sappiamo dove metterlo - dice la direttrice -. Ne mandiamo via due, ne arrivano quattro”. Il colore dominante è il grigio: cemento, pavimenti, pareti, persino l’aria. L’altro colore è il blu, quello delle inferriate e delle porte blindate. Ma dove possono, i detenuti hanno portato il colore: disegni appesi, foto e poster di Maradona. Uno ha costruito un letto a baldacchino. Un altro ha tappezzato la parete di immagini della fidanzata. C’è una cella con una porta dipinta di bianco e grandi fiori, una con appesi cornetti rossi, aglio e immaginette sacre. In tutte, le vite si intravedono tra le crepe. In fondo a una stanza luminosa con un calciobalilla al centro, si apre un piccolo cortile, due metri e mezzo per cinque. Sopra le teste, fili da stendere con i panni. Sotto, sedie bianche da bar, tutte rotte e tenute insieme con corde e lacci. Un’umanità che si ripara con quel che c’è.

Tutto intorno, telecamere. Ovunque. Invisibili, discrete, ma presenti. I detenuti, sorpresi dal nostro arrivo, si accalcano ai vetri: “Chi è sta gente?”. Alcuni rientrano infastiditi, altri curiosi salutano. L’aria odora di fumo e rimbomba di musica: ogni stanza ha una radiolina accesa, ogni cella una colonna sonora. Araba, latina, italiana. Poi, la sezione femminile. Un altro mondo.

Tutto, qui, profuma di cura. Le pareti sono bianche e azzurre, come a Mykonos; quadri, murales e disegni ovunque; una macchina da cucire Singer con sopra piante rigogliose e una biblioteca. Una madre è in videochiamata con la figlia: “Quanto sei bella, amore mio”. Le camere sono piene di foto di bambini, disegni, affetti. Quando si esce, i cancelli si richiudono. Si riprendono gli oggetti, il nome, il ritmo. Ma qualcosa è cambiato. Dentro, ci sono corpi, sì. Ma ci sono anche anime, desideri, amori, nostalgia, speranza. E se si riesce a vederli, anche solo per un attimo, non si torna mai davvero gli stessi.