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di Marianna Gianforte

 

Il Centro, 23 gennaio 2020

 

Detenuto della 'ndragheta in 41bis può fare regali alla figlioletta: giudice abruzzese crea il precedente. Una stanza di 6 metri quadrati con una sedia per il detenuto e divisa in due dal vetro divisorio a tutta altezza, e una porta per consentire l'ingresso dei minori.

Con sé soltanto un pacchetto di fazzoletti di carta e una bottiglietta d'acqua. In questo contesto si svolge l'incontro tra i genitori detenuti in regime di 41bis e i loro figli all'interno del carcere dell'Aquila. O meglio: si svolgeva, perché a partire dal 14 gennaio scorso, grazie a una battaglia legale avviata quasi due anni fa dall'avvocata del foro dell'Aquila Nicoletta Ortenzi, che difende un detenuto delle cosiddette "Costarelle", è possibile per i reclusi portare anche piccoli giochi o dolci durante i colloqui con i famigliari minori di 12 anni.

A firmare l'ordinanza, riconoscendo la validità del ricorso intentato dal detenuto, padre di una bimba di quasi 5 anni, è stato il Tribunale di sorveglianza dell'Aquila riunito in Camera di consiglio e presieduto dalla magistrata Francesca Del Villano. Una vittoria che potrebbe sembrare un vezzo per detenuti che devono scontare il carcere duro, ma che, invece, come sostiene l'avvocata Ortenzi, riguarda un passo avanti verso l'allargamento dei diritti dei genitori detenuti in 41bis e soprattutto tutela il diritto dei bambini a un'infanzia serena. "Qualcosa che va al di là della violazione della normativa del settore e che sconfina nella violazione del principio di umanità della pena", spiega la legale.

Parte dunque dall'Abruzzo e dal carcere di massima sicurezza dell'Aquila che ospita 166 detenuti al 41bis provenienti da tutto il territorio nazionale, un approccio diverso alla detenzione di massima sicurezza e che potrebbe riguardare anche altri istituti di pena in Italia, come conferma la legale.

La storia è quella di Paolo (nome di fantasia, per tutelare la privacy della figlioletta), classe 1988. Un ragazzo del Meridione, una vita segnata da una scia di delitti che lo fanno finire in carcere giovanissimo, prima nella sua provincia, poi nel capoluogo abruzzese, nel carcere in cui scontano la pena gli assassini di Giovanni Falcone, Marco Biagi, Massimo D'Antona, e dov'è reclusa l'ex brigatista Nadia Lioce.

Estorsione, rapina, associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti: questi i reati commessi da Paolo, per i quali la crocetta della fine pena è posta nel 2028. Il ragazzo è padre di una bimba di circa 5 anni, Viola, anche questo un nome di fantasia, nata quando lui era già in carcere. Il rapporto tra figlia e padre è sempre avvenuto attraverso il filtro della reclusione, incontri fugaci di un'ora, al massimo due. Sempre più difficile, con il passare degli anni, mantenere un rapporto con la bambina, "che incomincia ad annoiarsi nella stanzetta asettica con quello che potrebbe essere quasi uno sconosciuto", spiega l'avvocata.

"Tutto inizia con una circolare ministeriale del 2017", ricostruisce l'avvocata, "e che in due articoli prevede forti restrizioni per i detenuti che incontrano i loro famigliari. Nel caso specifico, l'articolo 16 prevede che i piccoli doni che i detenuti vogliono fare ai loro figli debbano essere consegnati dagli agenti penitenziari soltanto alla fine dell'incontro".

Alla circolare si è opposto Paolo, che ha visto così peggiorare la qualità del rapporto con la sua bambina, che vede di rado; due le istanze presentate al magistrato di Sorveglianza nell'aprile del 2018. "Il mio assistito ha evidenziato il pregiudizio all'esercizio del suo diritto genitoriale a mantenere rapporti con la figlia, circostanza per cui si violano gli articoli 2 e 3 della Costituzione italiana sul rispetto della dignità umana, l'articolo 27 che promuove il principio della finalità rieducativa della pena, la Convenzione europea sui diritti dell'uomo e la Risoluzione europea del 2008, in cui si ribadisce l'importanza del rispetto dei diritti del fanciullo". La casa circondariale dell'Aquila ad agosto si è opposta all'ordinanza del magistrato di Sorveglianza che aveva accolto il reclamo dell'avvocata Ortenzi, la quale a dicembre ha dovuto nuovamente rappresentare la questione davanti al Tribunale.

Con l'ordinanza di gennaio il Tribunale ha rigettato l'impugnazione del carcere ordinando di consentire al padre di acquistare giochi e dolci da consegnare direttamente alla figlia durante i colloqui in carcere.