di Valerio Onida
Corriere della Sera, 5 luglio 2021
Dopo gli episodi di Santa Maria Capua Vetere, denunciati più di un anno dopo e a vent'anni dalle ingiustificate violenze al G8 di Genova. Il reato di tortura esiste solo dal 2017. Gli episodi, emersi e denunciati più di un anno dopo, di violenze nelle carceri perpetrate da personale della polizia penitenziaria a carico di detenuti, non possono non suscitare reazioni adeguate da parte degli organi dello Stato, oltre che indignazione nei cittadini. Ma dobbiamo chiedere e dare con insistenza risposte chiare alle domande ineludibili che questi episodi pongono.
Sono passati vent'anni da quando, in occasione del G8 di Genova, fatti ripetuti di ingiustificata violenza ad opera delle forze dell'ordine a carico di persone indifese o in stato di custodia, e dunque affidati ufficialmente allo Stato, avvennero nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. La magistratura intervenne, anche se alla fine la risposta giudiziaria risultò limitata dall'assenza di norme adeguate (la legge sulla tortura, varata solo nel 2017) e dal passare del tempo che favorì il verificarsi di prescrizioni. Intervenne anche la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che accertò con più sentenze, nel 2015 e ancora nel 2017, i "crimini di Stato" commessi e con le sue pronunce denunciò fra l'altro la mancanza in Italia, fino allora, di una legge che punisse la tortura.
Le domande sono sempre le stesse. Come possono più persone appartenenti a forze dell'ordine, personale dello Stato, abbandonarsi collettivamente a violenze gratuite a carico di persone detenute, senza che loro stessi avvertano la gravità e la inammissibilità della cosa, senza che i responsabili delle amministrazioni di appartenenza intervengano per impedire e per reprimere? È possibile che della polizia penitenziaria continuino a far parte agenti - a cui la vicenda del G8 avrebbe dovuto insegnare qualcosa - che vent'anni dopo mettano in atto violenze dello stesso genere? Che cosa hanno fatto in tutti questi anni i responsabili politici e amministrativi del corpo della polizia penitenziaria - capi dell'amministrazione penitenziaria, ufficiali del corpo, persino magistrati di sorveglianza, che dovrebbero essere gli occhi sempre aperti della giustizia sulle realtà carcerarie - per impedire che episodi del genere si ripetessero?
E ancora: come è possibile che, come nel caso di S. Maria Capua Vetere, i responsabili sembrino non sapere per un anno ciò che è accaduto in una struttura cui sono preposti, non intervengano tempestivamente, non denuncino, non adottino provvedimenti rigorosi e preventivi, così che per un anno tutto rimanga coperto e nascosto, fino a quando qualcuno fortunosamente pubblica dei video eloquenti? E quanto può accadere o accade che episodi magari minori di questo stesso tipo si ripetano nel silenzio e nell'ombra?
A Roma c'è la Scuola di formazione della polizia penitenziaria. È possibile che in questa Scuola il tema delle violenze di Stato non divenga oggetto si può dire quotidiano di riflessione e di testimonianza, direi di "formazione di base", così da fare in modo che nessuno degli agenti, nuovi e vecchi, possa indulgere a comportamenti criminali di questo tipo senza avvertirne l'inammissibilità e senza adeguati provvedimenti di prevenzione e di risposta? Non è questione di sole "mele marce" quando le "mele" non sono isolate e nessuno, né i colleghi di lavoro, né i capi hanno il coraggio o la forza di intervenire a contrastare e a denunciare fatti così gravi.
Non è nemmeno questione di scarsità di risorse o di personale, quando accade che il personale in servizio si dedica a violenze non per difendersi nell'immediato da violenze altrui, ma per far luogo a risposte organizzate tese volutamente a infliggere ai detenuti "trattamenti inumani e degradanti" (art. 3 della Convenzione Europea dei diritti dell'Uomo).
Il carcere, che dovrebbe per i detenuti essere scuola di "rieducazione" e luogo che insegna e garantisce in ogni caso trattamenti rispettosi del senso di umanità, rischia così di divenire scuola di delinquenza, per i detenuti e per chi lavora con loro. Giustamente la Ministra della Giustizia Cartabia, di fronte all'emergere di questi episodi, ha parlato di "tradimento della Costituzione". Spetta a tutti i responsabili (e a tutti noi) fare - subito - tutto quanto necessario e possibile perché, tra un mese o tra vent'anni, il tradimento non si ripeta e non dobbiamo venire a sapere di nuovi scandalosi episodi dello stesso genere nelle carceri italiane.











