di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 27 febbraio 2015
Aperta un'inchiesta sul suicidio di Osas Ake, il 20erme nigeriano che si è impiccato il 14 febbraio scorso all'interno della sua cella del carcere di Piacenza, Da quattro mesi era in carcere in attesa di giudizio, l'accusa era grave: quella di aver violentato e rapinato, in un appartamento della zona-stazione, due donne colombiane. Quando decise di farla finita era in isolamento, ha ritagliato un pezzo della sua maglietta e ne ha ricavato un cappio. Era stato prontamente soccorso dalle guardie penitenziarie, ma niente da fare: dopo quattro giorni di agonia è morto in ospedale.
Il giorno che decise di impiccarsi era avvenuto però qualcosa di particolare. Il giovane nigeriano era andato in escandescenze in un corridoio della struttura piacentina e si denudò, per questo motivo fu punito e rinchiuso in cella di isolamento. Poi la macabra scoperta da parte di un agente carcerario che, per motivi di sicurezza, chiama alcuni colleghi per poi soccorrere il ventenne impiccatosi alla finestra. Come da prassi la Procura ha aperto una inchiesta e disposta l'autopsia per chiare cosa accadde quel giorno, tra l'altro coincidente con un altro detenuto che, senza riuscirci, voleva togliersi la vita. Ciò evidenza l'inferno che si vive in carcere: il tragico gesto del nigeriano è il settimo, dall'inizio dell'anno, nelle carceri italiane.
"Come uomo - spiega l'avvocato Domenico Noris Bucchi alla Gazzetta di Reggio - il suicidio di Osas mi ha turbato non poco. Come suo difensore e come presidente della Camera penale reggiana, questo episodio mi induce ad una riflessione più complessa". L'avvocato continua con il racconto: "Osas Ake aveva vent'anni, non era ancora stato condannato e in attesa del processo si è tolto la vita impiccandosi in una cella di isolamento. Questo è il settimo suicidio in carcere dall'inizio dell'anno. Nel 2014 i suicidi nelle carceri italiane sono stati quasi 50. Un fenomeno che deve fare riflettere tutti noi".
Poi prosegue: "Da anni le Camere Penali denunciano le condizioni disumane nelle quali sono costretti a vivere i detenuti in Italia. Lo stesso presidente Giorgio Napolitano ha recentemente denunciato pubblicamente questa insostenibile situazione. Tuttavia nessuno fa nulla per, non dico risolvere, ma neppure affrontare, denunciare, questa situazione". L'avvocato Bucchi rilancia: "Ebbene io vorrei approfittare di questa triste vicenda per ricordare a tutti e ribadire ad alta voce che la situazione dei detenuti in Italia è drammaticamente al collasso. Che nessuno ha il diritto di privare un altro uomo della sua dignità. Che anche i detenuti sono uomini e come tali devono essere trattati, Che occorre stimolare le istituzioni ad affrontare questo delicatissimo tema". E conclude: "Se qualcosa, anche poco, si muoverà allora anche il sacrificio umano di Osas Ake non sarà stato vano".
Osas Ake era un clandestino di appena vent'anni totalmente solo, tanto è vero che la notizia della sua morte è arrivata nello studio di Bucchi il quale era il suo unico riferimento in Italia. Non sappiamo se sia innocente o meno, sappiamo solamente che non doveva morire. Ma il sistema penitenziario, di fatto, ha rispristinato la pena di morte. L'emergenza - tra l'altro confermata dai due rapporti internazionali pubblicati oggi su questa stessa pagina de Il Garantista - non è finita.









