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di Paolo Rizzi

 

Libertà, 25 marzo 2015

 

Forzata. È l'aggettivo scelto per il giornale dei carcerati della nostra città, curato dall'associazione "Oltre il muro" insieme ad alcuni detenuti del penitenziario piacentino. Recentemente il giornale "Sosta forzata" per una particolare coincidenza semantica è stato "forzatamente" bloccato. Questo fatto mi ha fatto pensare ad alcuni amici.

Alberto è stato il mio preside solo per un paio di anni ai tempi del liceo: sembra un personaggio pirandelliano, elegante e colto, irascibile e profondo. Francesca è una mia co-parrocchiana che mi conosce da quando facevo il chierichetto: ha degli anelli enormi alle dita e sorride sempre alle mie figlie come una zia o una vecchia amica.

Gabriella è un'insegnante di filosofia in pensione che non ho mai avuto a scuola, ma era la prof di una sezione che ci interessava molto ai tempi, perché ad altissima densità di ragazze, particolarmente quotate allora: quando parla in pubblico è logica e dolce nello stesso tempo, come un buon pensatore esistenzialista.

Carla è giornalista, nota a molti per il suo lavoro con il centro servizi di volontariato Svep e appunto come direttrice di Sosta forzata: è sempre stata impegnata nel sociale ed ha una particolare "vocazione" sui temi del carcere a cui ha dedicato interesse professionale e sensibilità personale. Alberto, Francesca, Gabriella e Carla sono persone che stimo molto, mi piace ascoltarle, starci insieme. Ed hanno in comune una cosa, strana peraltro: fanno, a vario titolo, volontariato legato al carcere di Piacenza. Perché?

Non ho mai chiesto loro il motivo, ma posso presumere che ci siano ragioni di carattere solidaristico, fattori religiosi, ma soprattutto volontà di dare un'opportunità a persone che hanno sbagliato e stanno pagando per i loro errori, di "reintegrarsi".

Brutta parola, ma potrebbe significare: ravvicinarsi alla società che hanno tradito, non essere condannati per sempre alla reclusione, oggi fisica, in futuro forse relazionale e culturale. Recuperare tratti di umanità e dialogo con altri. La testimonianza di Alberto, Francesca, Gabriella e Carla è anche uno stimolo silenzioso ma potente a pensare al nostro carcere. Quante persone ci sono chiuse oggi? Al 2014 327 di cui 8 donne e oltre 200 stranieri. La Polizia penitenziaria conta circa 200 agenti.

Tra i detenuti la metà sono tossicodipendenti, in carcere anche per reati legati allo spaccio. In passato il carcere ha sofferto di un grave sovraffollamento, fino a 450 detenuti su una capienza tollerabile di 340 circa, ma oggi questo problema sembra in parte superato con un nuovo padiglione, più moderno e confortevole rispetto al precedente che ha celle di 9 metri quadri, qualche anno fa anche con 4 persone per cella.

Ogni anno si registrano centinaia di casi di autolesionismo, tra cui 126 tentativi di suicidio due anni fa, per ricordarci che è una "sosta" sempre sofferta.

Ebbene, la Casa Circondariale di Via delle Novate non è abbandonata a sé stessa, vi operano molti volontari, legati all'associazione Oltre il muro, alla Caritas, alla cooperativa Futura e all'associazione "L'arte di vivere con lentezza" che propongono attività di formazione e lavoro, offrono momenti di incontro, colloqui e assistenza per il vestiario e l'accompagnamento.

Da queste iniziative era nata l'esperienza di Sosta forzata, che per 11 anni è stata pubblicata come allegato del giornale diocesano "Il nuovo giornale". Ogni anno circa 20 detenuti scrivono su questo giornale, aprendo spazi di confronto tra chi sta dentro e chi sta fuori, tra chi ha sbagliato ed è recluso e chi è libero. Un giornale che è fatto di racconti di vita, storie di errori, sentimenti di colpa e voglia di riscatto. Un riscatto che sarà difficile da realizzare se i detenuti saranno perennemente "chiusi" nelle loro colpe, soli di fronte ai terribili sbagli della loro vita.

Non conosco i motivi della chiusura del giornale. Ma dobbiamo tutti chiederne la riapertura con forza. Il primo motivo è di semplice interesse egoistico e lo prendo da Vittorino Andreoli: "Il carcere come camicia di forza, come immobilità per non far del male è pura follia, è antieducativo. Non appena viene tolto il gesso, c'è subito una voglia di correre e di correre contro la legge. Senza considerare l'assurdo di un luogo dove si accumula la criminalità, che ha un potere endemico maggiore di un virus influenzale".

Il secondo motivo è un richiamo alla dignità di tutte le persone ed anche dei carcerati e viene da una delle voci profetiche del nostro tempo, Nelson Mandela: "Si dice che non si conosce veramente una nazione finché non si sia stati nelle sue galere. Una nazione dovrebbe essere giudicata da come tratta non i cittadini più prestigiosi ma i cittadini più umili".