di Patrizia Soffientini
Libertà, 21 febbraio 2015
Carcere, sempre più dolente e ora anche "muto". Lo testimoniano i recenti episodi di autolesionismo, i tentativi di suicidio, la sospensione del giornale Sosta Forzata quando ancora nel novembre 2013 la direttrice della Casa circondariale, Caterina Zurlo, scriveva nel suo editoriale sulla pubblicazione: "Continuiamo così, nella speranza dell'ascolto ma consapevoli soprattutto dell'importanza di poterci esprimere e prima ancora riflettere e valutare in un'assoluta libertà che nessuno potrà - questa, sì - mai toglierci. Avanti tutta, a vele spiegate, Sosta Forzata!".
Quale sia oggi la "temperatura" dietro le mura delle Novate lo chiediamo al garante delle persone detenute, Alberto Gromi.
La cronaca degli ultimi giorni ci consegna fatti gravi. Il sovraffollamento è superato, il disagio e la disperazione no.
"In carcere, in generale, e in quello di Piacenza in particolare i tentativi di suicidio sono molto numerosi. Piacenza ha una situazione dove l'eccellenza è la sanità, la struttura psichiatrica e psicologica di sostegno, persone con problemi psichiatrici vengono trasferite molto spesso qui e in quest'alta percentuale di detenuti con problemi psichiatrici va inquadrato il tema dei suicidi e dei tentativi di suicidio. L'autolesionismo ha altre motivazioni, viene praticato soprattutto fra detenuti di una certa cultura, come i magrebini. Anche nei loro Paesi se in un ufficio pubblico non ottengono ciò che vogliono, si tagliano. Questo dà molti problemi ai detenuti non appartenenti a quella cultura che all'improvviso si trovano la cella piena di sangue. In carcere, non va dimenticato, c'è anche un'attenzione altissima verso l'Hiv, la sieropositività. Questo crea molti conflitti".
Allora dove risiede la radice del disagio?
"Attualmente, lo confermo, non è più legato al sovraffollamento, o meglio, le celle del vecchio padiglione sono fatte per una persona, ce ne stanno due ma senza i problemi di prima, quando erano in tre e ciò era fuori dai parametri indicati dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e dal governo. Il problema è un altro. Voglio ricordare, a questo proposito, l'importantissima circolare del provveditore regionale sull'umanizzazione della pena, a commento della disposizione di apertura delle celle nelle carceri di media sicurezza, questa apertura c'è anche a Piacenza. Ma i detenuti vagano per ore nei corridoi, non sanno cosa fare, diventano fondamentali allora il lavoro, la scuola, la cultura e i vari corsi".
Cosa si sta facendo, in concreto?
"Bisogna chiarire che si fa una certa confusione, anche da parte del volontariato, fra intrattenimento e formazione. Tutto serve, l'intrattenimento è utile, ma è necessaria una serie di attività che responsabilizzino il detenuto, il quale è meglio venga coinvolto anziché restare in una situazione passiva. Sono necessarie attività che aiutino la riflessione e l'auto consapevolezza".
In tal senso fa molto discutere la sospensione del giornale Sosta Forzata: come la giudica, ci sono dei margini per recuperare?
"Ci sono due aspetti. Un aspetto è la lesione del diritto di espressione dei detenuti. E questo un garante lo deve affermare: è una lesione grave. Il secondo aspetto è che manca uno strumento che in termini penitenziari si dice "trattamentale", vale a dire tutta l'attività di rieducazione e socializzazione. Sosta Forzata è un giornale che, come tutti quelli che lo leggono possono constatare, riporta riflessioni e non notizie, se non raramente. Perché la redazione di Sosta Forzata lavora sulla scrittura autobiografica, consente una riflessione sulla propria vita, c'è tutta una letteratura sulla funzione terapeutica della scrittura autobiografica.
Normalmente escono tre numeri all'anno, ma tutte le settimane un gruppo di dieci o quindici detenuti - e sono pochi, il lavoro dovrebbe riguardare moltissimi detenuti - fanno una riflessione su di sé, questo li porta a prendere consapevolezza del proprio reato, non è un percorso facile. La riflessione che normalmente il detenuto fa, essendo in carcere, il suo unico obiettivo riguarda il processo, la liberazione anticipata, l'amnistia, se ci sarà o non ci sarà, il permesso-premio. E siccome non ha risposte o comunque non ne ottiene di immediate, struttura soltanto un atteggiamento di rabbia e di rivendicazione. Si sente vittima. Lui non può sentirsi vittima, ma noi lo costringiamo in questa strettoia. Ci sono altre esperienze, ad esempio una volontaria va tutte le settimane ad incontrare un gruppo particolare di detenuti, i cosiddetti protetti, i sex offender, per far emergere una riflessione".
Ma ci sono senz'altro degli equilibri e dei confini da rispettare.
"Nel carcere come nella scuola e in tutte le istituzioni totali, penso ai manicomi degli Anni 70, alle caserme, a quelle che non sono comunità volute ma costrette, si è cercato di introdurre all'interno, essendo strutture fortemente istituzionalizzate, elementi di comunità, di relazioni calde, quello che definiamo come umanizzazione. Questi due elementi convivono in equilibrio molto precario, l'istituzione continuamente tenta di prevaricare la comunità e la comunità reagisce e cerca di imporsi, di difendersi. Secondo me, bisognerebbe trovare una mediazione. Sosta Forzata è espressione della comunità del carcere, deve riprendere cercando di dialogare con l'istituzione, con l'amministrazione penitenziaria, anche magari trovando un modus vivendi concordato e previsto nei limiti del possibile: come si forma la redazione, che caratteristiche deve avere, quali i vincoli non superabili che l'istituzione pone. Rafforziamola questa esperienza, non spegniamola".









