di Carla Chiappini
Ristretti Orizzonti, 24 luglio 2020
Scrivo e parlo a me stessa, discuto con la mia coscienza, le chiedo di assolvermi ma non riesco a convincerla. Cerco ragioni che mi sembrano anche valide ma la voce interiore è implacabile. Qualche tempo fa un giovane straniero "Messo alla prova", con cui il percorso di avvicinamento era stato lungo e molto delicato, mi ha detto che proprio in quella caserma lì - attaccata alla chiesa e tanto vicina a casa - lo avevano picchiato.
Gli ho proposto di denunciare ma ho visto subito la sua paura e mi sono detta che avrei provato io a fare qualcosa. Io, cittadina italiana non più giovane e incensurata; proprio io che con altri volontari sono impegnata a collaborare con l'Ufficio Distrettuale di Esecuzione Penale Esterna all'interno di quel mondo tanto affascinante quanto quasi sconosciuto delle "Misure di comunità". Oltre che volontaria in carcere da ormai vent'anni.
Più e più volte ho pensato a cosa fosse possibile fare; mi sono chiesta come intervenire senza coinvolgere il ragazzo che si era fidato di me. Ho persino immaginato di suonare a quel portone, di entrare e chiedere semplicemente "perché".
Perché ricorrere alla violenza, perché pestare e umiliare una persona indifesa proprio lì tra i simboli della Repubblica? E poi cercare di capire come sia possibile indossare una divisa e navigare indisturbati in un mare di pessime azioni. Come ci si sente? Avrei voluto capire e ancora oggi in verità vorrei capire.
Perché tutto questo è un colpo durissimo anche alla indispensabile fiducia tra cittadini e istituzioni. E ora comprendo meglio gli sguardi ironici, spesso sarcastici di tanti ragazzi "messi alla prova" in occasione delle non rare discussioni sulle regole e la legalità. Ingenui e un po' patetici noi, che difendiamo le istituzioni e la legge. Noi che abbiamo le idee così chiare, che ci preoccupiamo di rieducare chi ha sbagliato, che ci poniamo come mediatori tra lo Stato, gli imputati e i condannati.
Nella chat del nostro gruppo si rincorrono testimonianze di botte subite ed entusiasmo per il lavoro della Procura. Qualcuno propone un brindisi.
Ma no, non c'è niente da festeggiare, proprio un bel niente. Forse sarebbe più importante capire perché non è bastata la dolorosa vicenda di Stefano Cucchi per impedire questo orrore e, per me, sarebbe importante trovare le ragioni del mio silenzio.
Forse la risposta è proprio lì, dietro l'angolo; non ho avuto nessun dubbio riguardo alla sincerità di A. ma non ho avuto sufficiente fiducia nel sistema della giustizia. Mi sono fidata di lui ma ho avuto paura per lui. Una posizione troppo complessa la sua e lui ancora troppo fragile. Troppo in salita la sua vita. E così mi sono fermata. Gli altri, dal canto loro, fino ad oggi hanno avuto la bocca cucita; credo non sia facile raccontare le umiliazioni subite, proprio per niente. La violenza subita ti sporca come quella agìta, e purtroppo ti segna per sempre. Figurati poi se viene dai "rappresentanti della legge", in una situazione in cui non puoi difenderti. In cui di fatto sei nelle mani dello Stato.
Scrivo e sento salire la mia rabbia. Non mi importa degli anni di carcere che queste persone dovranno attraversare perché chi conosce il carcere un po' da vicino, non dovrebbe augurarlo a nessuno, ma vorrei tanto che un giorno si trovassero faccia a faccia con le persone che hanno umiliato e picchiato e poi con i cittadini che credono e si impegnano per la giustizia.
Vorrei che ascoltassero le loro voci e che li guardassero negli occhi. Questo vorrei; che aprissero le orecchie per ascoltare con attenzione, in silenzio e togliessero le lenti scure per vedere bene, fino in fondo. Sì, questo vorrei. E infine vorrei perdonarmi per non aver avuto il coraggio di denunciare. Ho scelto di proteggere A. ma non sono sicura che fosse la cosa più giusta da fare.










