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di Antonio Mattone

Il Mattino, 10 luglio 2024

Emergenza carceri, emergenza suicidi. Se n’è parlato ancora una volta durante la conferenza stampa del Garante regionale dei detenuti della Campania, tenutasi ieri presso il Consiglio regionale. Appelli e denunce che vengono lanciati periodicamente in determinati periodi dell’anno, come quando il caldo torrido rende difficile la vita all’interno delle celle, o quando il numero degli eventi esige una inevitabile presa di posizione, come nel caso dei sei suicidi avvenuti nei primi 8 giorni di luglio.

Stesse tematiche, stesso refrain di quello degli anni scorsi. Nulla è cambiato allora? Tutto resta come prima? A me sembra che si va peggiorando nei numeri, ma non solo. I detenuti attualmente presenti nelle carceri italiane sono oggi 61.480, a fronte a una capienza di diecimila posti in meno. Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno sono quasi 5mila in più.

La piaga dei suicidi si allarga e continua a sanguinare. Una triste contabilità a cui si fa fatica a stare dietro. L’ultimo bollettino elaborato da Ristretti Orizzonti, la rivista che raccoglie e documenta le vicende della vita penitenziaria, parla di 54 detenuti che si sono tolti la vita nell’anno in corso, mentre in tutto il 2023 ne furono 69.

Anche in Campania le cose non vanno bene: oltre 1300 presenze in più della capienza regolamentare, sei carcerati si sono tolti la vita, oltre tre decessi da accertare, tra cui quello di un giovane maliano morto a Poggioreale nel marzo scorso.

Tuttavia, l’emergenza più grande è quella della salute. Si sta riducendo il numero dei medici presenti negli istituti di pena. Sottopagati, con responsabilità sempre maggiori e oggetto di frequenti aggressioni da parte dei detenuti, sono in fuga dal carcere. Proprio recentemente la direttrice sanitaria di Poggioreale ha rassegnato le dimissioni. Per chi è malato la permanenza tra quelle sbarre è talvolta drammatica. Tempi di attesa infiniti per ricoveri ed esami clinici creano disperazione in chi ha gravi malattie. Pensiamo a chi ha un tumore e non riesce a fare una TAC cosa significhi vedere scorrere il tempo senza che nulla accada. E poi, quando arriva il giorno fatidico della visita, può succedere che manca la scorta che dovrebbe accompagnarlo in ospedale e il detenuto resta in carcere. Non è vero che la difficoltà di curarsi è uguale per chi è libero e per chi non lo è.

Troppo spesso carcere e sanità si sono beccati come i capponi di Renzo, addossandosi colpe e responsabilità, a discapito dei detenuti.

Poi c’è tutto il problema della psichiatria che è esploso esponenzialmente nella società e che si è analogamente propagato anche all’interno degli istituti di pena. Non è pensabile che in un istituto come Poggioreale, con oltre duemila presenze ci siano solo due psichiatri, zero riabilitatori e infermieri specialisti per questi pazienti.

Cosa sta succedendo nelle carceri italiane? Perché questo aumento così repentino di suicidi? Tuttavia forse le domande che dovremmo porci sono altre: perché non è stato fatto nulla in questi anni per migliorare le condizioni detentive nonostante le numerose criticità evidenziate a partire dalla condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2013?

Le grandi riforme promesse dai governi di sinistra non sono state realizzate se non in misura marginale, lasciando incancrenire la situazione. In più questo Governo, aumentando le fattispecie di reato e inasprendo le pene, ha dato l’illusione che una risposta muscolare potesse servire a rendere più sicura la nostra società.

Il recente decreto del Guardasigilli Nordio ha invece lasciato insoddisfatti persino gli agenti di polizia penitenziaria. In effetti l’aumento delle telefonate, contenuto nel provvedimento era già in vigore durante la pandemia, e rappresenta solo un piccolo spiraglio. Mentre bisogna vedere se i 1000 agenti che saranno assunti nel 2025 riusciranno a sostituire almeno quelli che sono andati in pensione o che ci andranno nel prossimo anno. La fatica di chi lavora nei reparti detentivi, in numero sempre più ridotto, con turni massacranti, comincia a diventare insostenibile. “Stasera smonto a mezzanotte poi torno a casa e domani mattina alle 8 sarò di nuovo in servizio”, mi dice sfiduciato un appuntato. D’altra parte ridurre a 4 mesi il tempo di formazione per i nuovi assunti, appare decisamente insufficiente per intraprendere un lavoro così delicato e complesso.

C’è anche da dire che nelle carceri oggi è cambiata la tipologia di chi è detenuto. Le prigioni sono sempre di più contenitori di povertà e di disagio. Accanto ai criminali incalliti ci sono tanti marginali. Mi colpisce sempre incontrare dei senza fissa dimora, come quell’anziano di 80 anni, incontinente senza un occhio che ha perso quando era bambino perché fu morsicato da un animale, che appare confuso e non sa neanche perché si trova in carcere.

Che fare allora? Il ricorso a misure alternative è la cosa più auspicabile. Non solo per alleggerire la pressione all’interno delle carceri, ma anche per abbattere la recidiva.

Sappiamo che passare all’improvviso dal carcere alla vita pone ostacoli e difficoltà che invece potrebbero essere superati da un graduale inserimento nella vita di tutti i giorni. La possibilità di riallacciare relazioni, di cercare un lavoro, insomma di ricostruire la propria vita. Del resto, la paura di uscire senza prospettive resta una delle cause per cui ci si toglie la vita dietro le sbarre.

Bisogna allora ricordare che la Costituzione parla di pene al plurale, che la galera non è l’unico modo per scontare una condanna. E che umanizzare le carceri può solo far bene a chi vi è recluso e a chi ci lavora.