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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 12 marzo 2022

La pandemia ci ha insegnato che non dobbiamo ritrovarci impreparati a ogni evenienza. Se da una parte abbiamo compreso che vanno sempre aggiornati i vari protocolli per proteggere il più possibile la popolazione, sappiamo anche che esistono alcuni luoghi dove diventa impossibile applicarli per via delle irrisolte criticità.

Il primo dispositivo penalizzato è il carcere. Il nuovo piano nazionale di difesa dalle armi o agenti di tipo chimico, biologico o radiologico, diramato anche presso le carceri, risulta quasi del tutto impraticabile quando prevale ancora il sovraffollamento penitenziario e le strutture penitenziarie sono del tutto carenti.

Andiamo direttamente alla questione pratica. Parliamo dell’evento di tipo biologico. Il piano sottolinea che questa tipologia riguarda la diffusione nell’ambiente di agenti biologici quali virus, batteri, funghi, tossine, bioregolatori, sia essa intenzionale, accidentale o naturale (con capacità pandemiche) che sono in grado di causare malattie mortali per gli esseri viventi. Il contagio può avvenire per via inalatoria, per assorbimento cutaneo, per ingestione di acqua o viveri contaminati, e può: colpire un elevato numero di soggetti; provocare malattie gravi e protratte, con necessità di assistenza e trattamenti prolungati e intensi; diffondersi mediante contagio interindividuale, anche in virtù di un periodo di incubazione che ne permetta la diffusione silente da parte dei colpiti asintomatici; sfuggire ai sistemi di rilevamento; ingenerare un senso di inesorabilità, a causa delle difficoltà di autosoccorso e di primo soccorso; produrre sintomi aspecifici, simulanti comuni malattie infettive endemiche, complicando così l’esatta individuazione diagnostica.

Le nuove regole di comportamento impraticabili per i detenuti - Già solo leggendo questo scenario, di gran lunga minore rispetto all’emergenza pandemica, si può immaginare quanto possa essere devastante in un ambiente chiuso, sovraffollato e senza locali idonei per porre procedure di difesa e intervento. Sono le regole comportamentali dettate dal nuovo piano che per i detenuti risultano quasi del tutto impraticabili. Vediamole. Il primo riguarda il fattore di esposizione che contemplano tre regole. La prima è quella di rimanere all’interno dell’edificio indenne fino a quando le autorità competenti non diano indicazioni diverse. A tale proposito, si legge nelle linee guida, è consigliabile avere sempre a disposizione un apparato radio portatile ricevente in grado di ricevere eventuali messaggi e disposizioni veicolati da stazioni radio nazionali o locali. Quasi tutti i telefonini e smartphone hanno detta funzione che è operativa anche in assenza di collegamento internet. Lasciare l’edificio colpito in maniera ordinata e cercare riparo in una struttura vicina non danneggiata. Ridurre l’esposizione togliendo i vestiti potenzialmente contaminati, mettendoli subito a lavare in lavatrice o abbandonandoli all’esterno della propria abitazione e lavare tutte le parti del corpo esposte.

Esiste un piano di evacuazione immediata per i reclusi? - Come si può evincere, questo non è praticabile per chi è recluso in carcere. Veniamo al secondo fattore, che è quello della distanza di sicurezza. La regola dettata dalle linee guida è quella di allontanarsi dal luogo dell’attacco e mettere una distanza di sicurezza idonea, secondo le indicazioni delle autorità, rispetto al punto di attacco. In alcuni tipi di attacco (radiologico o nucleare), pur non essendoci contatto diretto si risulta ugualmente esposti alle radiazioni: maggiore è la distanza, minore è la dose assorbita. In questo caso, sulla carta, è possibile visto che parliamo di una evacuazione. Ma deve essere immediata. Esiste un piano specifico in tal senso?

Visti gli spazi all’interno degli istituti le regole di protezione sono impossibili - Veniamo però al fattore di protezione. La parte quasi del tutto impraticabile per via del poco spazio disponibile in carcere. Le linee guida considerano almeno quattro regole. Per ripararsi da una radiazione o da un attacco in genere all’interno di un edificio, bisogna cercare riparo al centro di una stanza priva di finestre. Il luogo ideale che può essere considerato sicuro dal pericolo di radiazioni Gamma è quello in cui non è possibile la ricezione di trasmissioni radio in Modulazione di Frequenza (FM) in quanto le radiazioni Gamma hanno le stesse caratteristiche delle onde radio. Se possibile, riscaldare la stanza o gli ambienti in quanto l’aria calda determina pressioni positive e ostacola la penetrazione dei contaminati; usare le risorse disponibili per proteggere i polmoni (mediante un fazzoletto) e difendere il corpo dalle radiazioni muovendosi dietro un muro. Anche l’utilizzo di una mascherina chirurgica può contribuire ad abbattere le sostanze contaminanti presenti nell’aria. Infine il piano nazionale consiglia di chiudere gli accessi d’aria, ivi comprese le fessure degli infissi, anche con metodi speditivi (carta, nastro adesivo ecc.). In un carcere, attualmente, è impraticabile.

Manca un piano di prevenzione specifico sul carcere, oltre la preparazione del personale penitenziario agli eventi. Ma prima ancora, manca la risoluzione delle criticità carcerarie. Nel 2020, durante la presentazione della relaziona annuale in parlamento, il Garante Nazionale delle persone private della libertà è ricorso a un’immagine, quasi una metafora, per comprendere il momento che si era creato a causa dell’emergenza pandemica che ha colto tutti di sorpresa. Ha evocato un film di uno dei maestri del cinema che proprio quell’anno avrebbe compiuto 100 anni: Federico Fellini. Il film è Prova d’orchestra e l’immagine evocata dal Garante Mauro Palma è nella parte finale, quando improvvisamente irrompe nella piuttosto tumultuosa orchestra una enorme palla d’acciaio che sfonda le pareti: un evento imprevisto che disaggrega del tutto il dinamismo, già alquanto confusionario, che caratterizzava il ‘ prima’. Quello che ha voluto osservare il Garante, è che se si vuole continuare a suonare come prima, oppure trovare una nuova forma armonica diversa dalla precedente che non si esponga all’irruzione di una nuova sfera d’acciaio. Pare che, nonostante la pandemia, per quanto riguarda il sistema penitenziario si continui a suonare esattamente come prima. In attesa di un altro evento improvviso.

Non è stata adottata alcuna misura deflattiva seria - Nel frattempo nessuna misura deflattiva seria, nessun ammodernamento delle strutture penitenziare e della qualità di vita interna come indicata anche dalla commissione Ruotolo. Eppure, l’auspicio è stato quello che l’emergenza sanitaria potesse rappresentare un turning point all’interno delle riflessioni sulla pena e sul sistema della giustizia penale. Come magistralmente affermato da Giovanni Fiandaca, è necessario “un nuovo orientamento culturale per ripensare un ruolo meno invasivo del penale nella sfera pubblica” e al contempo “prendere una buona volta coscienza che il processo penale, la pena e la punizione non sono gli strumenti più adatti a contrastare i mali sociali di turno”. Il cronico stato di emergenza in cui versa il sistema delle carceri, che ha visto un acuirsi delle problematicità con la crisi pandemica, impone ai giuristi - e ai penalisti in primis - di riflettere sul concetto di umanità del trattamento sanzionatorio. Si è, infatti, prospettata la necessità di una svolta riparativa del paradigma sanzionatorio che eviti di concepire automaticamente la detenzione quale unica possibile risposta. Invece, ritornando alla metafora espressa dal Garante nazionale, si continua a suonare come prima. Con le stesse discussioni, polemiche, indignazioni veicolate da taluni giornali.