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di Luigi Ferrarella


Sette - Corriere della Sera, 6 dicembre 2019

 

Tuttavia (dopo 12 procedimenti in 44 anni) le prove, anche se troppo tardi, ci sono. E indicano i neofascisti Freda e Ventura e i loro seguaci. Se chi oggi passa per piazza Fontana la crede soprattutto un capolinea del tram, e sino alla nuova più visibile installazione (appena annunciata dal Comune) faticava a distinguere la lapide coni nomi dei 17 uccisi dalla bomba di so anni fa che molti giovani confusamente collegano alle Brigate Rosse, non può stupire che nella memoria collettiva l'altalenante catena processuale -12 tra dibattimenti e procedimenti in 44 anni - scolori nella liquidatoria e pigra litania della "strage senza verità".

E invece, nonostante verdetti senza colpevoli o con colpevoli fuori tempo massimo a causa degli ostruzionismi di apparati istituzionali che da subito distolsero le indagini dai veri responsabili e tentarono di indirizzarle verso falsi colpevoli come l'anarchico Pietro Valpreda, non è proprio così. Perché, parafrasando l'"io so ma non ho le prove" di Pasolini nel 1974, mezzo secolo di sentenze contengono comunque tanta materia per oggi poter dire di sapere, e di avere (magari troppo tardi) le prove.

Il ruolo di Ordine Nuovo Si sa che in Veneto, nell'organizzazione neofascista Ordine Nuovo, a un gruppo eversivo diretto da Franco Freda e Giovanni Ventura (morto nel 2cno) va attribuita la serie di 17 bombe fatte esplodere nel 1969 prima delle 5 del 12 dicembre. Si sa (perché l'ha scolpito la Cassazione del 2005, pur nel confermare l'assoluzione in appello del trio Zorzi-Maggi-Rognoni condannato in primo grado all'ergastolo nel 2000), che Freda e Ventura - definitivamente assolti in Cassazione nel 1987 per la strage dopo il ribaltamento (in appello nel 1981 a Catanzaro e nel 1984 a Bari) dell'iniziale ergastolo del 1979 a Catanzaro - sono storicamente tra i responsabili della strage di piazza Fontana; e che nelle aule giudiziarie (dove poi non sono più stati riprocessabili in forza del divieto del ne bis in idem) sarebbero stati condannati se, al tempo di quei loro dibattimenti, fossero state già disponibili le nuove prove, emerse invece solo nelle inchieste successive allo "scippo" dell'istruttoria milanese/padovana/ trevigiana scandalosamente trasferita nel 1972 dalla Cassazione.

Si sa (perché per le loro condotte falsificatorie sono stati condannati in via definitiva) che, nell'allora controspionaggio del Sid-Servizio informazioni della Difesa, il vicecapo del servizio Gian Adelio Maletti (generale riparato da11980 in Sudafrica) e il capitano Antonio Labruna operarono per depistare le indagini alle quali in momenti decisivi sottrassero protagonisti cruciali: o facendoli scappare con falsi passaporti all'estero come Marco Pozzan, o occultando che fossero stati collaboratori del servizio segreto in anfibi rapporti con i neofascisti tombaroli, come il giornalista di destra e "agente Z" Guido Giannettini.

Erodoto, informatore Cia Si sa, perché lo confessò lui stesso, che Carlo Digilio, neofascista di Ordine Nuovo morto a fine 2005, ebbe un ruolo divenuto verità giudiziaria quando nel 2000 è passata in giudicato la prescrizione del reato, maturata per il prevalere (sulle aggravanti) delle attenuanti riconosciutegli appunto per la sua collaborazione.

Si sa (dalla seconda tornata di indagini milanesi del giudice Guido Salvini e della pm Grazia Pradella negli Anni 90) che gli americani rispetto ai progetti eversivi degli ordinovisti veneti, nel 1969 ebbero un molo quantomeno di "osservazione senza intervento", attraverso la ricostruita catena di comando statunitense che gestiva proprio il neofascista Digilio come informatore Cia con il nome in codice Erodoto.

Si sa (in forza della prescrizione del favoreggiamento in Cassazione nel 2005 per Stefano Tringali) che ancora a metà Anni 90, durante le indagini sul medico neofascista veneto Carlo Maria Maggi e sul camerata Delfo Zorzi riparato in Giappone, si attivò una rete di protezione (fatta di lettere a ex estremisti e promesse di soldi) per "sterilizzare" possibili riscontri a carico di Zorzi, poi assolto grazie anche all'alternarsi di accuse e ritrattazioni del collaboratore Martino Siciliano. Si sa che dagli scavi giudiziari su piazza Fontana sono poi affiorate alcune delle prove che in Cassazione nel 2o17 hanno determinato la definitiva condanna all'ergastolo di Maggi (scomparso nel 2018) per gli 8 morti e i feriti di un'altra strage fascista, quella di Piazza della Loggia a Brescia il 28 maggio 1974.

E soprattutto si sa che, se tutto questo si sa, è solo perché, proprio mentre uomini dello Stato intralciavano la ricerca della verità, altri uomini dello Stato si spendevano per rimontare quella corsa ad handicap. Fino al paradosso - come nel caso dei magistrati Emilio Alessandrini (erede della "pista" raddrizzata dai colleghi trevigiani Stiz e Calogero) o Guido Galli (sotto processo disciplinare per aver protestato alla testa dell'Anm milanese contro lo scippo del processo d Milano) - di vedersi poi "imputare", dai terroristi di opposta coloritura (rossa) che anni dopo li avrebbero assassinati, di essere state toghe "riformiste" e "garantiste", capaci di ridare credibilità e efficienza allo Stato.