di Elsa Fornero
La Stampa, 30 giugno 2025
L’accordo Nato ha l’aria di una scappatoia. E anche il debito comune va restituito. Uno degli aspetti più irritanti di questo periodo travagliato e caotico è una narrazione delle tragedie naturali e umane che le trasforma magicamente in grandi opportunità. È successo con il Covid che doveva farci diventare tutti più buoni e ci ha resi invece più bellicosi; con la crisi energetica che ci ha fatto “scoprire” le energie alternative ma anche sottovalutare i costi della transizione, portandoci così a mettere in dubbio l’utilità del Green Deal. Sta succedendo con il moltiplicarsi delle guerre che ci svela i “benefici del riarmo” e il “bello” dell’investimento in sicurezza per difendere la nostra prosperità occidentale, peraltro in periodo in cui, paradossalmente, essa è messa in crisi forse più dai cambiamenti interni, come l’assottigliarsi delle giovani generazioni, che non dalle minacce di nemici veri o presunti. E gli esempi potrebbero continuare.
In mancanza di statisti in grado di progettare il futuro e mettere le basi affinché non soltanto la prosperità materiale (già a rischio per fasce crescenti della popolazione a causa del minor ruolo del lavoro nei processi produttivi) ma anche i valori dell’Occidente liberaldemocratico possano sopravvivere, rafforzarsi e magari “contagiare” positivamente altre aree del mondo, ne accettiamo passivamente lo svilimento, persino il dileggio.
Si è fatta strada l’idea che tali valori - nati in Europa dal sogno dei fondatori di unire la crescita economica basata sulla libertà nei mercati e sulla cooperazione internazionale ai valori dell’inclusione (parola diventata quasi blasfema), del dialogo e della solidarietà - abbiano finito con il rappresentare un ostacolo, e persino il sovvertimento delle virtù “nazionali” che, in nome della supremazia dei più forti, pongono ai singoli Paesi l’obbiettivo di “ri-diventare grandi”, sintetizzato negli Stati Uniti dalla sigla Maga (“Make America Great Again).
Il mondo deve così accontentarsi di piccoli leader contenti di mettere pezze all’ultima (soltanto per data) “disgrazia globale”, peraltro spesso favorita, se non direttamente provocata, dalla loro stessa inadeguatezza e propensi a rifugiarsi in discorsi intrisi di propaganda e lontani dalla verità. Discorsi altisonanti, dove la retorica sostituisce l’incerta evidenza empirica, come mostra la vicenda del “formidabile” bombardamento dei siti nucleari iraniani da parte degli Stati Uniti (forse mai i fatti sono stati incerti come in quest’epoca di un diluvio di dati e di fact checking in cui ciascuno cerca soprattutto la verifica di ciò in cui crede, per fede o per convenienza). Non dev’essere stato soltanto il caldo anomalo di questi giorni, per esempio, ad avere spinto il segretario della Nato a imbarazzanti elogi a Trump, inviati riservatamente e resi pubblici dallo stesso presidente americano, a cui non è parso vero di poter ripristinare la sua popolarità dopo le cadute causate non tanto dalle deportazioni di immigrati irregolari, dai dissidi con i giudici o con il governatore della Fed (uno dei pochi che ha mantenuto compostezza anche dopo essere stato definito “stupido” dal presidente) ma soprattutto dalla performance sempre più incerta dell’economia americana e della sua moneta.
Oltre agli omaggi impropri al potente di turno, non mancano i “miracoli”. Dobbiamo portare la spesa per la difesa dall’attuale 1,5 al 5 per cento del Pil entro il 2035? Un punto di Pil vale circa 22 miliardi; in “valore corrente”, e quindi senza contare gli aumenti futuri di Pil e prezzi, i 3,5 punti mancanti ammontano a circa 77 miliardi, un aumento da raggiungere gradualmente che però andrà poi mantenuto nel tempo. Nessun problema, afferma sicura Meloni, secondo la quale “non un euro sarà sottratto ai cittadini”, mentre il ministro Giorgetti, questa volta senza scuotere la testa, si limita a dichiarare che l’aumento non partirà prima del 2027, memore del detto di Keynes secondo il quale “nel lungo periodo saremo tutti morti” (o almeno, aggiungiamo noi, nel lungo periodo i governi cambiano).
Non sono un’esperta di geopolitica e cerco di non essere faziosa ma ho un’età sufficiente per comprendere alcune cose di buon senso (che sono poi i fondamentali dell’economia). E allora è lecito chiedersi se l’accordo Nato non sia una scappatoia. Forse tutti hanno firmato ma pensando che, anche senza l’esplicita clausola di flessibilità voluta dalla Spagna, ci saranno vari modi per alleggerire o aggirare l’impegno senza penalizzazioni; a cominciare dai metodi contabili - un trasferimento di spese già in essere da un capitolo, per esempio, dagli “Interni”, a un altro, la “Difesa”. Per di più, tutti sanno che impegnare un governo futuro a una certa spesa non ha valore cogente, perché il futuro governo potrebbe sempre disconoscere l’accordo (anche in questo Trump è un formidabile maestro). E quindi la convinzione è che l’accordo sia poco o punto vincolante; non si capisce perché, allora, dovrebbe spaventare i nemici veri o presunti. Oppure si pensa davvero a un accordo vincolante e allora non c’è santo che tenga: a dispetto di quanto affermato dalla premier a qualcosa gli italiani dovranno per forza rinunciare.
La lista degli “sprechi” è stata fatta molte volte ma nessuno è mai riuscito veramente a tagliarli, perché anche dietro gli sprechi ci sono soldi indirizzati a qualcuno, che ovviamente protesta se gli sono sottratti. E poi perché il 5 per cento del Pil? Non conta forse l’efficacia militare della spesa più che la sua percentuale?
Si dirà che tutto questo è il prezzo da pagare per la “sicurezza”, la deterrenza di attacchi “nemici”. In fondo gli europei, e non solo, non sono contenti di dover pagare i sistemi di allarme delle loro case e sicuramente preferirebbero non doverlo fare; lo stesso può valere per la difesa nazionale. Ma allora perché non dirlo apertamente? Perché non trattare i cittadini da adulti? E, soprattutto, perché non farlo in un’ottica dichiaratamente europea? Ha senso chiedere “debito comune europeo” (che comunque andrà restituito) per piani nazionali di difesa? E come spiegare ai giovani questa ennesima occasione perduta verso un’Unione più unita e forte nei suoi valori?











