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di Ferruccio de Bortoli

Corriere della Sera, 24 aprile 2025

La ricorrenza della Liberazione avviene nei giorni del lutto per la morte del pontefice. Celebrarla come si deve non è una mancanza di rispetto per nessuno. Derubricarla a un fatto di ordine pubblico sarebbe invece una doppia mancanza di rispetto. Siamo ancora disorientati dalle preoccupazioni del ministro della Protezione civile, Nello Musumeci, che teme “balli e canti scatenati” in occasione degli 80 anni dalla Liberazione. E sinceramente non sappiamo come rassicurarlo se non tentare di convincerlo ad avere più fiducia nel senso di responsabilità degli organizzatori e nella saggezza popolare.

Questa ricorrenza avviene nei giorni del lutto per la morte del pontefice. Celebrarla come si deve non è una mancanza di rispetto per nessuno. Derubricarla a un fatto di ordine pubblico sarebbe invece una doppia mancanza di rispetto. Nei confronti della nostra Storia, della Repubblica e della sua Costituzione. E anche della stessa memoria di un Papa che aveva voluto semplificare le sue esequie perché assomigliassero il più possibile a quelle di un cittadino cristiano e che mai avrebbe voluto intralciare il ricordo solenne dei tanti, anche e soprattutto cattolici, che diedero la vita per le nostre libertà.

In occasione della Liberazione, la Fondazione Corriere della Sera ha realizzato un nuovo episodio della serie Il Corriere racconta a cura di Tommaso Pellizzari. Sarà ascoltabile venerdì su Corriere.it. Ha come

titolo Il 25 aprile 1945 in via Solferino. È ricostruita la giornata della Liberazione e le ore che la precedettero. Con il racconto di redattori e tipografi (che assicuravano già da tempo la stampa clandestina di Unità è Avanti!). E di come venne realizzato, grazie soprattutto a Gaetano Afeltra, il giornale insurrezionale di quel giorno (con la testata Il Nuovo Corriere), sotto la direzione di Mario Borsa, scelto anche dal Cln, il Comitato di liberazione nazionale.

Dino Buzzati ricorderà così quei momenti, nel ventennale della Liberazione, il 25 aprile del 1965: “Rivedo la febbre di quella notte nella redazione del giornale, la ricomparsa di colleghi spariti da parecchi mesi, i volti nuovi, quegli occhi spiritati e felici come di avanguardie di esercito vittorioso, rivedo le strade di Milano all’alba incredibilmente morte, i primi drappelli di partigiani, la città che adagio adagio si risveglia e riscuote, non osando ancora credere a ciò che sta succedendo, la pace, finalmente, la libertà”.

Sempre nell’edizione del 25 aprile del 1965 vi era un commento di Enrico Emanuelli, preoccupato da un’inchiesta realizzata in un liceo milanese. Su cento intervistati soltanto venticinque sapevano che cosa era stato il Fascismo. Ed erano passati solo vent’anni! Chi è senza memoria, concludeva la sua analisi Emmanuelli, “non ha il metro giusto per misurare i tempi in cui vive”.