di Giuseppe Legato
La Stampa, 9 marzo 2026
Libera in piazza rilancia: “Serve sbloccare il 2% del Fondo unico della giustizia e destinarlo a questa missione”. Settimi in Italia per confische di beni illecitamente detenuti dalle mafie, penultimi (in buona compagnia dell’Emilia-Romagna) per il loro riutilizzo. È un Piemonte a due facce quello fotografato da Libera in un dossier al centro del dibattito proprio in questi giorni nei quali l’associazione fondata da don Luigi Ciotti è in 109 piazze italiane per difendere la legge sul riutilizzo pubblico e sociale dei tesori dei boss rientrati nelle mani dello Stato e per chiedere - al contempo - ai cittadini una firma affinché il 2% del Fondo Unico Giustizia venga destinato a questa missione. Raccolte 100 mila firme.
I beni confiscati - Da un lato l’alto numero di pronunce definitive da parte dei tribunali in misure di prevenzione patrimoniale racconta l’alto ritmo di attività di contrasto che ha scandito il lavoro di magistrati e polizia giudiziaria a partire dalla stagione di Minotauro e quantomeno negli ultimi 10 anni. Dall’altro la parziale - ma accentuata - incapacità di restituire quei frutti di vera antimafia a una nuova vita. Leggere per credere: in Piemonte sono 385 i beni immobili (particelle catastali) confiscati e destinati mentre 838 gli immobili (particelle catastali) ancora in gestione ed in attesa di essere destinati. Sul lato delle aziende, sono 16 le aziende confiscate e destinate mentre sono 120 quelle ancora in gestione. Eppure in regione sono 54 le diverse realtà impegnate nella gestione di beni confiscati alla criminalità organizzata in 29 comuni. Una rete di esperienze in grado di fornire servizi e generare welfare, di creare nuovi modelli di economia e di sviluppo, di prendersi cura di chi fa più fatica.
Il report di Libera - Dal report di Libera (che non gestisce beni, per la cronaca) emerge che il 55% delle realtà sociali è costituito da associazioni di diversa tipologia (30), mentre sono 13 le cooperative sociali. Tra gli altri soggetti gestori del terzo settore, ci sono 2 realtà del mondo religioso (diocesi, parrocchie e Caritas). Sei - infine - sono enti pubblici. Ancora numeri: le attività sono svolte in 20 tra appartamenti, abitazioni indipendenti, immobili; 15 le esperienze di gestione terreni agricoli, edificabili e di altra tipologia (anche con pertinenze immobiliari); 10 esperienze di ville e fabbricati, 5 locali commerciali, 7 box o garage. Sono 39 i soggetti gestori le cui attività sono direttamente legate a servizi di welfare e politiche sociali per la comunità; 9 si occupano di promozione del sapere, del turismo sostenibile; 5 soggetti gestore in attività agricole.
Servono fondi - Il tema sono i fondi, ma non solo. Andrea Turturro, tra i referenti regionali di Libera in Piemonte, mette subito le cose in chiaro: “I beni, che siano affidati ai comuni o in gestione a enti del terzo settore - argomenta - richiedono investimenti. Per essere rifunzionalizzati servono energie economiche che vadano oltre i fondi propri di chi si mette in gioco. Al momento c’è solo il bando regionale che pure ha raddoppiato i fondi, va dato atto, negli ultimi anni”. Evidentemente non basta. Un’ipotesi che inverta il trend? “In Lombardia esiste un doppio canale che prevede la dazione diretta di fondi sia ai comuni che alle associazioni, in Piemonte il passaggio di aiuti va direttamente e soltanto ai primi”. Il 2% del Fondo Unico della giustizia dove confluiscono tutti i sequestri (denaro, bitcoin etc) alle mafie aiuterebbe eccome. “Sarebbe un primo passo - sostiene Turturro - unito alla buona idea che ha consentito di assegnare un cofinanziamento maggiore ai comuni sotto i 5 mila abitanti”. Il dato rileva perché “il 58% dei comuni con beni confiscati sul territorio è al di sotto di quella popolazione”.










