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di Liborio La Mattina

giornalelavoce.it, 1 luglio 2026

L’appello dei Garanti territoriali piemontesi dei diritti delle persone private della libertà personale. Sovraffollamento, cemento, docce limitate e notti senza respiro: i Garanti territoriali denunciano un’emergenza che mette a rischio salute, dignità e sicurezza dentro gli istituti penitenziari. Il caldo, in carcere, non è mai soltanto caldo. Non è il disagio passeggero di una giornata afosa, non è la fatica comune di un’estate più dura delle altre. Dentro le mura degli istituti penitenziari, quando le temperature salgono e l’aria si ferma, il caldo diventa materia. Si appoggia sui letti, entra nei muri, ristagna nelle celle, sale dai cortili di cemento e resta lì, anche di notte, quando fuori qualcuno riesce almeno ad aprire una finestra, cercare un albero, camminare verso un po’ d’ombra.

Nelle carceri piemontesi, in questi giorni di temperature eccezionalmente elevate, l’emergenza climatica si somma a un’emergenza già nota, già denunciata, già vissuta ogni giorno: sovraffollamento, criticità strutturali, spazi inadeguati, fragilità sanitarie, condizioni di lavoro difficili. È un peso che si aggiunge a un peso. Una sofferenza che non sostituisce le altre, ma le moltiplica. “Una seconda pena”. Le parole pronunciate nei giorni scorsi da Samuele Ciambriello, portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale, hanno trovato immediata eco anche in Piemonte. Perché raccontano con precisione ciò che accade negli istituti quando l’estate entra nelle sezioni e non trova vie d’uscita: carceri costruite in cemento e asfalto, spesso prive di verde, segnate da un sovraffollamento ormai strutturale, attraversate da temperature che mettono a rischio soprattutto le persone anziane e chi convive con patologie cardiovascolari o croniche.

A raccogliere e rilanciare questo allarme sono i Garanti territoriali piemontesi dei diritti delle persone private della libertà personale, che rivolgono un appello alle Direzioni degli istituti penitenziari, al Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, al Ministero della Giustizia e alle Autorità sanitarie. Un appello netto, urgente, rivolto a chi può e deve intervenire. Perché qui non si parla soltanto di comfort, ma di salute. Non di piccoli disagi estivi, ma di dignità umana.

“Le strutture penitenziarie - ricordano - sono nella maggior parte dei casi edifici duri, pesanti, minerali: grandi superfici in cemento, acciaio e asfalto, pochi sistemi di isolamento termico, scarsa o nulla presenza di aree verdi”. Durante l’estate questi materiali assorbono calore per ore e lo trattengono a lungo. Le celle diventano ambienti soffocanti, i corridoi si scaldano, i cortili si trasformano in distese roventi. Il giorno non finisce davvero con il tramonto: il calore accumulato resta anche durante la notte, rendendo difficile persino dormire, recuperare energie, mantenere un equilibrio fisico e mentale.

Il ventilatore, quando è disponibile e consentito, può dare un sollievo. Ma è un sollievo parziale, fragile, insufficiente. Non raffredda gli ambienti, non risolve il problema strutturale, non restituisce vivibilità a spazi già segnati dall’affollamento. E c’è un punto che pesa ancora di più: in molti casi la possibilità di averlo dipende dalle risorse economiche della persona detenuta o della sua famiglia. Così anche l’accesso a un minimo di aria mossa può diventare una linea di separazione tra chi può permetterselo e chi no.

Poi ci sono le docce. Un dettaglio, forse, per chi vive fuori. Una necessità essenziale per chi resta chiuso ore e ore in una cella surriscaldata. In numerosi istituti, le celle ne sono ancora prive e l’accesso ai locali comuni è limitato a fasce orarie precise. Questo significa che, proprio quando il caldo raggiunge livelli più alti, non sempre le persone detenute possono rinfrescarsi. Il corpo resta esposto, la pelle trattiene sudore e fatica, il riposo diventa più difficile, la tensione cresce.

Anche l’aria aperta, che dovrebbe rappresentare una pausa, può trasformarsi in un’altra prova. I cortili sono spesso interamente in cemento, con poca o nessuna vegetazione, dotati soltanto di modeste tettoie incapaci di proteggere davvero dal sole. Nelle ore centrali della giornata, uscire all’aperto può voler dire passare dalla cella calda a uno spazio ancora più esposto, dove il suolo restituisce calore e l’ombra non basta. In alcuni casi, la presenza di ventilatori nei passeggi attenua parzialmente il disagio. Ma anche qui si tratta di un rimedio limitato davanti a un problema molto più grande.

La situazione diventa ancora più pesante per chi, per il circuito detentivo di appartenenza o per la mancanza di attività trattamentali sufficienti, trascorre gran parte della giornata chiuso nella propria cella. Meno attività significa meno movimento. Meno accesso agli spazi comuni. Meno occasioni per respirare un’aria diversa, per sottrarsi almeno per qualche ora alla pressione del caldo. La cella, in questi casi, non è solo il luogo della notte o del riposo: diventa l’intero orizzonte della giornata.

E in Piemonte questo orizzonte è già ristretto da un dato che non può essere ignorato: il sovraffollamento ha raggiunto circa il 120% della capienza regolamentare. Più persone negli stessi spazi vuol dire meno aria, meno vivibilità, più stress, maggiore difficoltà nella gestione quotidiana. Quando il caldo entra in istituti già oltre il limite, ogni criticità si amplifica. Ogni gesto diventa più faticoso. Ogni attesa più lunga. Ogni tensione più vicina.

A preoccupare in modo particolare sono le persone più fragili: gli anziani, i detenuti con patologie cardiovascolari, respiratorie o croniche, chi presenta condizioni sanitarie delicate. Per loro l’esposizione prolungata a temperature elevate non è un semplice disagio. Può diventare un rischio serio, anche gravissimo. In carcere, dove l’accesso alle cure e alla prevenzione dipende da tempi, procedure e organizzazione interna, la tutela della salute deve essere ancora più tempestiva. Il caldo non aspetta. Non concede proroghe. Non distingue tra chi ha un corpo forte e chi ne ha uno già provato.

Ma questa emergenza non riguarda soltanto le persone detenute. Attraversa anche il lavoro quotidiano del personale penitenziario. Agenti della Polizia Penitenziaria, educatori, Funzionari Giuridico Pedagogici, operatori sanitari, personale amministrativo e tecnico: tutti condividono, per molte ore, gli stessi ambienti surriscaldati. Lavorare in condizioni di temperatura spesso insostenibile significa esporsi a rischi per la salute, ma anche a una maggiore fatica psicologica e operativa. La sicurezza complessiva degli istituti passa anche da qui: da luoghi di lavoro salubri, da turni sostenibili, da spazi che non mettano alla prova ogni giorno la resistenza di chi vi opera.

Il carcere è un sistema chiuso, e proprio per questo ogni squilibrio si propaga rapidamente. Il caldo incide sul sonno, sulla salute, sulla pazienza, sulla capacità di relazione, sulla gestione dei conflitti. Incide sul corpo di chi è detenuto e su quello di chi lavora. Incide sulla qualità della vita interna e sulla tenuta dell’intera comunità penitenziaria. È per questo che i Garanti chiedono misure straordinarie e immediate: perché l’emergenza è già dentro gli istituti, non all’orizzonte.

Le richieste sono concrete. Ampliare gli orari di accesso alle docce. Garantire la piena disponibilità di acqua potabile fresca. Agevolare l’utilizzo dei ventilatori. Rimodulare gli orari delle attività e della permanenza all’aria aperta nelle giornate più calde, evitando le fasce più esposte. Prestare particolare attenzione alle persone maggiormente fragili. Consentire, dove possibile, una più ampia permanenza fuori dalla cella a chi oggi vi trascorre gran parte della giornata.

Sono interventi organizzativi e gestionali che possono fare la differenza subito. Non cancellano il problema strutturale, ma possono ridurre la sofferenza, prevenire rischi sanitari, abbassare la tensione, restituire un margine di umanità a giornate che altrimenti diventano interminabili. Eppure, l’appello dei Garanti guarda anche oltre l’urgenza. Perché l’emergenza climatica non è più un evento eccezionale. Le ondate di calore non sono parentesi imprevedibili, ma fenomeni ricorrenti, destinati a ripresentarsi con forza crescente. Continuare a trattarle come incidenti stagionali significa arrivare ogni estate impreparati, rincorrere il problema quando ormai è esploso, affidarsi a soluzioni provvisorie in luoghi che avrebbero bisogno di interventi permanenti.

Serve una riflessione strutturale sul sistema penitenziario italiano. Serve ripensare gli edifici, riqualificare le strutture, investire sull’isolamento termico, sull’efficientamento energetico, sulla presenza di aree verdi, sull’ombreggiamento degli spazi esterni, sulla qualità dell’aria, sulla vivibilità delle celle e degli ambienti comuni. Serve riconoscere che anche il carcere fa parte della città, anche se la città spesso lo rimuove dal proprio sguardo.

La dignità, del resto, non è una concessione. È un principio costituzionale. L’articolo 27 della Costituzione vieta trattamenti contrari al senso di umanità e stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione della persona. Quelle parole non vivono soltanto nei manuali di diritto o nelle aule dei tribunali. Devono entrare nelle celle, nei corridoi, nei cortili, nei luoghi di lavoro del personale penitenziario. Devono misurarsi anche con la temperatura di una stanza, con la possibilità di lavarsi, con l’accesso all’acqua, con il diritto a respirare.

Garantire condizioni detentive rispettose della dignità umana non significa attenuare la funzione della pena. Significa impedire che alla pena legittima si aggiungano sofferenze inutili, evitabili, non previste da nessuna sentenza. Significa ricordare che la privazione della libertà non può trasformarsi in abbandono. E significa riconoscere che anche chi lavora negli istituti ha diritto a condizioni sicure, salubri e dignitose, soprattutto nei mesi in cui il caldo rende tutto più difficile.

I Garanti territoriali piemontesi - Domenico Massano per Asti, Silvia Coscia per Alessandria, Paolo Allemano per Saluzzo, Silvia Magistrini per Verbania, Raffaele Orso Giacone per Ivrea, Alberto Valmaggia per Cuneo, Pietro Luca Oddo per Vercelli, Nathalie Pisano per Novara, Emilio De Vitto per Alba e Diletta Berardinelli per Torino - annunciano che continueranno a monitorare con attenzione l’evoluzione della situazione negli istituti del territorio regionale, mantenendo un confronto costante con tutte le istituzioni competenti.

Ma il tempo, adesso, è una variabile decisiva. Perché ogni giorno di caldo estremo dentro una cella sovraffollata non è un dato meteorologico. È una giornata senza riposo. È una doccia mancata. È un ventilatore che non basta. È un anziano che fatica a respirare. È un agente che lavora in condizioni al limite. È un cortile che non offre ombra. È una notte in cui il corpo non recupera. Fuori, l’estate può essere attesa, scelta, persino amata. Dentro, quando le strutture non proteggono e gli spazi sono già saturi, può diventare una prova di resistenza.

E se davvero il caldo è diventato “una seconda pena”, allora intervenire non è più solo opportuno. È necessario. Subito.

 

Il comunicato del Coordinamento dei Garanti

Carceri piemontesi, l’emergenza caldo aggrava condizioni già insostenibili: l’appello dei Garanti territoriali. Le temperature eccezionalmente elevate di questi giorni stanno rendendo ancora più drammatiche le condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari piemontesi, aggravando una situazione già fortemente compromessa dal sovraffollamento e dalle criticità strutturali che caratterizzano molti istituti penitenziari italiani. Come Garanti territoriali dei diritti delle persone private della libertà personale riteniamo doveroso richiamare l’attenzione delle Direzioni degli istituti penitenziari, del Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, del Ministero della Giustizia e delle Autorità sanitarie sulla necessità di adottare con urgenza misure straordinarie per fronteggiare un’emergenza che incide direttamente sul diritto alla salute e sulla dignità delle persone detenute e di chi quotidianamente lavora negli istituti.

Le strutture penitenziarie, nella maggior parte dei casi realizzate con grandi superfici in cemento, acciaio e asfalto, prive di adeguati sistemi di isolamento termico e spesso caratterizzate dalla quasi totale assenza di aree verdi, si trasformano durante l’estate in ambienti soffocanti e insalubri. Il calore accumulato nelle ore diurne permane anche durante la notte, rendendo estremamente difficoltoso anche il riposo e il recupero psico-fisico.

La presenza di ventilatori, laddove consentiti e disponibili, rappresenta certamente un parziale sollievo, ma non è sufficiente a garantire condizioni di vivibilità accettabili. In molti casi, inoltre, la loro disponibilità dipende dalle possibilità economiche delle persone detenute e delle loro famiglie, determinando ulteriori disuguaglianze.

A questa situazione si aggiungono criticità che il periodo estivo rende ancora più evidenti. In numerosi istituti le celle sono ancora prive di doccia e l’accesso ai locali docce comuni è limitato a specifiche fasce orarie, impedendo alle persone detenute di rinfrescarsi quando le temperature raggiungono livelli particolarmente elevati. Anche la permanenza all’aria aperta, quando prevista nelle ore centrali della giornata, rischia di trasformarsi in un ulteriore fattore di sofferenza, poiché molti cortili passeggio sono interamente in cemento, privi di vegetazione e dotati soltanto di modeste tettoie, del tutto insufficienti a proteggere dal caldo intenso (in alcuni casi la presenza di ventilatori nei passeggi allevia parzialmente il disagio).

Le condizioni risultano ancora più gravose per coloro che, in ragione del circuito detentivo di appartenenza o della limitata offerta di attività trattamentali, trascorrono gran parte della giornata chiusi nelle proprie celle, con possibilità estremamente ridotte di accedere a spazi comuni più arieggiati o ad attività esterne.

Particolare preoccupazione desta la condizione delle persone anziane, dei detenuti affetti da patologie cardiovascolari, respiratorie o croniche e di tutti coloro che presentano condizioni di particolare fragilità, per i quali l’esposizione prolungata a temperature elevate può determinare conseguenze sanitarie anche molto gravi. L’emergenza riguarda anche il personale della Polizia Penitenziaria, gli educatori (Funzionari Giuridico Pedagogici), gli operatori sanitari, e tutto il personale che presta servizio negli istituti, costretto a lavorare per molte ore in ambienti caratterizzati da temperature spesso insostenibili, con inevitabili ripercussioni sulla salute, sulle condizioni di lavoro e sulla sicurezza complessiva degli istituti.

Tali preoccupazioni si inseriscono in un quadro regionale nel quale il sovraffollamento ha ormai raggiunto circa il 120% della capienza regolamentare, aggravando ulteriormente condizioni detentive già fortemente compromesse. Nei giorni scorsi il portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale, Samuele Ciambriello, ha efficacemente definito questa estate “una seconda pena”, denunciando carceri costruite in cemento e asfalto, prive di aree verdi, interessate da un sovraffollamento ormai strutturale e da temperature che mettono seriamente a rischio soprattutto le persone anziane e quelle affette da patologie cardiovascolari. Parole che descrivono una realtà che riscontriamo quotidianamente anche negli istituti piemontesi.

L’emergenza climatica impone ormai una riflessione strutturale sul sistema penitenziario italiano. Le ondate di calore non rappresentano più eventi eccezionali ma fenomeni ricorrenti, ai quali occorre rispondere con interventi permanenti di riqualificazione edilizia, efficientamento energetico e miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro negli istituti.

Garantire condizioni detentive rispettose della dignità umana non significa attenuare la funzione della pena, ma dare piena attuazione all’articolo 27 della Costituzione, che vieta trattamenti contrari al senso di umanità e impone che la pena sia orientata alla rieducazione della persona. Allo stesso modo, è necessario assicurare al personale della Polizia Penitenziaria e a tutti gli operatori penitenziari condizioni di lavoro sicure, salubri e dignitose anche durante i mesi estivi.

Per questo rivolgiamo un appello alle istituzioni competenti affinché siano adottati con la massima tempestività tutti gli interventi organizzativi e gestionali possibili tra cui: ampliamento degli orari di accesso alle docce, piena disponibilità di acqua potabile fresca, agevolazione nell’utilizzo dei ventilatori, rimodulazione degli orari delle attività e della permanenza all’aria aperta nelle giornate più calde, particolare attenzione alle persone maggiormente fragili e, ove possibile, una più ampia permanenza fuori dalla cella per coloro che oggi vi trascorrono gran parte della giornata. I Garanti territoriali continueranno a monitorare con attenzione l’evoluzione della situazione negli istituti del territorio regionale, mantenendo un costante confronto con tutte le istituzioni competenti affinché siano adottate, con la necessaria tempestività, tutte le misure utili a tutelare il diritto alla salute, la dignità delle persone detenute e le condizioni di lavoro del personale penitenziario.

I Garanti territoriali dei diritti delle persone private della libertà personale: Domenico Massano, Asti; Silvia Coscia, Alessandria; Paolo Allemano, Saluzzo; Silvia Magistrini, Verbania; Raffaele Orso Giacone, Ivrea; Alberto Valmaggia, Cuneo; Pietro Luca Oddo, Vercelli; Nathalie Pisano, Novara, Emilio De Vitto, Alba; Diletta Berardinelli, Torino.