di Andrea Scutellà
La Sentinella del Canavese, 26 settembre 2026
L’ultimo in ordine di tempo è quello del 42enne che si è tolto la vita a Ivrea. Era un malato psichiatrico, con la semi infermità mentale, in custodia cautelare. Sette suicidi in carcere poco più di 9 mesi. Il caso di Ivrea porta il Piemonte ad eguagliare il record del 2024, con un’escalation dal 30 agosto al 21 settembre, quando i gesti anti conservativi che hanno portato al decesso di detenuti sono stati 4: a Biella, Verbania, Torino e infine a a Ivrea. Gli altri tre si sono verificati sempre nel penitenziario del capoluogo. Così il consigliere del Pd Alberto Avetta ha deciso di interrogare la giunta regionale per capire “con quali strumenti concreti e con quali tempistiche, anche avvalendosi delle informazioni riportate nella relazione annuale del Garante, intenda intervenire per scongiurare altri episodi suicidari nelle carceri piemontesi migliorando sia la condizione di vita dei detenuti sia le condizioni di lavoro degli operatori”.
D’altronde l’aumento è innegabile: si è passati dai 3 del 2021, ai 5 dell’anno successivo, fino ai 7 del 2024 e al dato inquietate del 2026. Un trend che si rispecchia in quello nazionale: casi moltiplicati dal 2022 in poi, anno che si è concluso con 84 suicidi. Da allora è stabile, con il picco di 91 del 2024. Quello di Ivrea è il 46° del 2026. Il 42enne che si è tolto la vita nel penitenziario eporediese era un malato psichiatrico in custodia cautelare, a cui era stata riconosciuta la semi infermità mentale. La procura di Ivrea ha aperto un fascicolo d’indagine per valutare soprattutto la continuità nelle terapie e presto disporrà l’autopsia.
Sulla vicenda è intervenuta anche Antigone Piemonte: “Da tempo la situazione del carcere di Ivrea è sotto i riflettori, anche a seguito delle numerose segnalazioni relative alle condizioni detentive e alle criticità presenti all’interno dell’istituto. Il suicidio avvenuto impone di riportare l’attenzione, ancora una volta, sulla capacità del sistema penitenziario di intercettare tempestivamente le situazioni di maggiore vulnerabilità. Ogni morte in carcere interroga infatti non soltanto sulle circostanze specifiche in cui è avvenuta, ma più in generale sulle condizioni nelle quali le persone vivono la detenzione. Uno dei rischi più gravi è che la sofferenza resti invisibile, che le persone più fragili finiscano per scomparire dentro la quotidianità dell’istituzione, soprattutto nei contesti segnati da sovraffollamento, carenza di personale o da difficoltà nell’accesso ai servizi di cura. Per questo è necessario rafforzare gli strumenti di osservazione e prevenzione, garantendo una presenza effettiva dei servizi sanitari, psicologici ed educativi e condizioni che consentano di evitare che l’isolamento diventi non soltanto materiale, ma anche relazionale e istituzionale”.









