sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Barbara Morra

La Stampa, 5 agosto 2025

Il fossanese dopo 11 anni ha lasciato l’incarico ed è amareggiato per le affermazioni dei consiglieri regionali di Fratelli d’Italia. Ha lottato politicamente perché questa figura venisse istituita e ne ha ricoperto per primo l’ufficio: il fossanese Bruno Mellano ha lasciato dopo 11 anni la carica di Garante regionale dei detenuti e delle persone sottoposte a restrizioni della libertà per il Piemonte. Ora è candidato allo stesso ruolo per il Comune di Torino.

 

Partiamo dall’inizio: quando è stato nominato e da chi?

“Sono stato nominato nel maggio 2014 dal Consiglio regionale del Piemonte, nell’ultima seduta utile della legislatura Cota. La proposta di legge per istituire la figura del Garante risaliva però a dieci anni prima, nel 2004, ed era stata presentata da me e dal collega Carmelo Palma, allora consiglieri radicali. Ci ispirammo al modello del Lazio, la prima Regione ad avere un Garante. Dopo varie traversie la legge fu approvata solo nel 2009, ma la nomina fu rinviata alla legislatura successiva. Ho quindi ricoperto l’incarico per due mandati, per un totale di 11 anni e tre mesi”.

 

Di cosa si occupa il Garante?

“Il Garante tutela i diritti delle persone sottoposte a restrizioni della libertà: non solo detenuti, ma anche internati in Rems, trattenuti nei Cpr, soggetti a misure alternative o a Tso. Si tratta, in Italia, di 60 mila persone in carcere e 120 mila sottoposte ad altri tipi di restrizione della libertà; in Piemonte 4500 detenuti e 10 mila presi in carico nelle misure alternative. Il Garante può accedere senza autorizzazione in tutte le strutture e parlare riservatamente con i detenuti. Il suo compito è ascoltare, verificare e attivare le istituzioni competenti: ministero di Giustizia, Interno, Sanità, Regione. L’obiettivo è garantire il rispetto dei diritti fondamentali”.

 

La giornata tipo di un Garante, che cosa fa in concreto?

“Riceve segnalazioni da detenuti, familiari, avvocati, volontari, ma anche dalla polizia penitenziaria o dai direttori. I temi più frequenti riguardano la sanità, le misure alternative, le carenze strutturali e soprattutto rapporti con la magistratura di sorveglianza. Il Garante interviene per sollecitare risposte, facilitare percorsi di reinserimento e assicurare la presa in carico da parte dei servizi pubblici. Non decide, ma facilita”.

 

Le affermazioni dei consiglieri regionali di FdI sul suo operato (“strabismo ideologico” e “scarsa attenzione alle altre figure che vivono e lavorano nel carcere”) che effetto le hanno fatto?

“Mi hanno amareggiato. Dopo 11 anni di lavoro, l’ultimo giorno del mio mandato mi sarei aspettato anche solo un ipocrita ringraziamento istituzionale, non un attacco. È stato un messaggio pericoloso, perché la legge è chiara su cosa debba fare un Garante. Ho sempre avuto un’impostazione “pannelliana”: occuparsi della comunità penitenziaria significa prendersi cura anche degli operatori, perché il loro benessere incide sulla qualità della detenzione. Confido che la nuova Garante, Monica Formaiano, saprà interpretare il ruolo con serietà e autonomia, ma spero non si voglia preconfezionare per lei un profilo più gradito politicamente”.

 

Come Garante si è costituito parte civile nel processo in cui agenti di polizia penitenziaria di Cuneo sono accusati di torture, è stato criticato anche questo. Ora la costituzione potrebbe essere ritirata?

“È uno scenario possibile, ma ritengo che la costituzione in un caso di contestazione così grave come quella di tortura sia non solo nelle funzioni del Garante ma anche un atto dovuto. Quello di Cuneo è il quarto procedimento in cui il Garante si è costituito, lo è anche nello stesso tipo di procedimenti in corso a Torino, Ivrea e Biella”.