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di Marina Lomunno

La Voce e il Tempo, 9 dicembre 2022

Alla “Generala”, oggi l’Istituto penale minorile (Ipm) Ferrante Aporti, don Bosco inventò il suo sistema preventivo andando a visitare i ragazzi “discoli e pericolanti” della Torino di allora. “Se questi giovanetti avessero fuori un amico che si prendesse cura di loro chissà che non possano tenersi lontani dalla rovina o al meno diminuire il numero di coloro che ritornano in carcere?”, scriveva il santo dei giovani nel 1855 nelle sue “Memorie dell’oratorio”.

Parole che calzano perfettamente ai 32 giovani “pericolanti” detenuti oggi al “Ferrante”, di cui due italiani e 30 stranieri dai 13 ai 21 anni, per la maggior parte di origine magrebina e tunisina, alcuni figli di immigrati di seconda generazione, altri non accompagnati cioè soli. Come ai tempi di don Bosco, le presenze nel carcere minorile sono lo specchio del disagio giovanile. I più fragili sono gli stranieri sbarcati in Italia senza famiglia e alla ricerca di una vita migliore che spesso incappano nelle reti dell’illegalità.

Ma come nell’Ottocento la soluzione all’emarginazione e alla recidiva anche oggi sono le opportunità di reinserimento nella società “sana” dopo aver scontato la pena. Sulla situazione dei giovani ristretti al “Ferrante” (la permanenza media nell’Ipm è di 100 giorni) hanno riferito, giovedì 1° dicembre, il vicepresidente del Consiglio Regionale del Piemonte Daniele Valle (Pd) e Igor Boni (presidente dei Radicali italiani) al termine della visita all’Istituto minorile per verificare “il clima” dopo alcune risse e episodi di violenza (ora rientrate) causate dalla fragilità dei nuovi arrivati, spesso in condizioni sanitarie e psichiche critiche.

La situazione al “Ferrante” non è certamente paragonabile al “Lorusso e Cutugno” che i due politici hanno visitato nelle scorse settimane dove sovraffollamento (1.440 i detenuti per una capienza di 1100), strutture obsolete, carenza di personale educativo e sanitario, oltre al dramma di 4 suicidi nell’anno in corso, rendono il penitenziario tra i più problematici della Penisola.

All’Ipm torinese la capienza è per 46 ristretti e per fortuna molte celle sono vuote. Non mancano però i problemi sebbene, come hanno confermato Valle e Boni, accompagnati dalla vicedirettrice Gabriella Picco (la direttrice è in comune con l’Ipm di Bari ed è presente solo una settimana al mese), “abbiamo potuto constatare l’impegno, l’attenzione e l’umanità degli operatori, dagli insegnati ai vertici dirigenziali.

Un esempio sono gli sforzi per promuovere attività teatrali e sportive. Positiva inoltre la presenza sanitaria di un dottore per quattro ore al giorno e di un laboratorio odontoiatrico, una rarità nelle carceri”. Il problema più grave è tuttavia è l’assenza in tutto il Piemonte di posti nelle comunità terapeutiche ed educative per garantire percorsi in uscita ai giovani ristretti che rischiano oggi di dover essere trasferiti per la riabilitazione e la formazione in comunità anche nel sud Italia con costi di trasferimento e disagi inaccettabili. Per questo Valle e Boni chiedono urgentemente alla Regione di investire risorse in comunità e personale.