di Roberto Gramola
La Voce e il Tempo, 31 agosto 2023
Alla vigilia della drammatica estate funestata dai suicidi di due recluse nel carcere torinese, mercoledì 26 luglio al Collegio Carlo Alberto di Torino è stato presentato “Dalla parte di Antigone”, il primo rapporto sulle donne detenute in Italia. Ai lavori, promossi da Bruno Mellano, garante dei detenuti della Regione Piemonte, in collaborazione con l’Associazione Antigone Piemonte e la Fondazione Compagnia di S. Paolo, sono intervenuti rappresentanti delle istituzioni ed esperti a vario titolo sui temi della detenzione tra cui Claudio Sarzotti, presidente Associazione Antigone Piemonte e Perla Allegri, osservatrice di Antigone, Laura Scomparin, vice Rettrice dell’Università Torino, Giovanna Pentenero, assessore del Comune di Torino con delega alle carceri e Monica Cristina Gallo, garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Torino.
Il rapporto (scaricabile su www.rapportoantigone.it/ primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia/) illustrato da Perla Allegri mette in rilievo la grave carenza di personale nel comparto sicurezza: psicologi, psichiatri e personale sanitario. Qualche dato: la presenza delle donne nelle carceri italiane è ormai stabile da anni attorno al 4% sul totale dei detenuti (56700): al 31 gennaio del 2023 erano 2.392 le donne negli istituti penitenziari (circa 120 a Torino su oltre 1400 ristretti) di cui 15 madri con al seguito 17 bambini al di sotto di un anno.
Quest’anno sono giunte 7300 richieste di risarcimento ex articolo 35 per trattamento inumano per la mancanza di spazio vitale e di docce nelle celle come prevede la normativa. Non va meglio la situazione della formazione professionale: solo il 7% dei detenuti segue i corsi e solo il 4% li porta a termine. Allegri ha evidenziato come la condizione detentiva non stia migliorando anche se in alcuni istituti si stanno applicando buone pratiche per il reinserimento e auspica “un carcere pieno di vita anziché un carcere pieno di ozio”. Claudio Sarzotti, ordinario di Filosofia del Diritto alla Università di Torino, ha sottolineato che il mondo carcerario è ancora strettamente diviso in maschi e femmine mentre nella società civile sempre più la donna è protagonista dello sviluppo, sia nel campo lavorativo che politico e culturale.
I lavori che si offrono alle donne recluse sono di cucito, lavanderia o confezionamento di oggettistica: gli stessi lavori sono rappresentati nelle immagini delle stampe ottocentesche delle carceri inglesi. C’è poi lo scandalo delle detenute madri con bambini: Sarzotti auspica che anche i padri possano entrare per portare il loro contributo allo sviluppo psichico dei figli.
Per Laura Scomparin il rapporto - presentato lo scorso 8 marzo in Senato - offre una immagine crudele, ma molto realistica che ci rimanda alla prima fotografia che nel 1922 rese pubblica la presenza di donne in carcere: da allora non molto è cambiato. La carenza di offerte di trattamento per le donne è la conseguenza di una presenza molto bassa rispetto agli uomini.
“Un conto è condividere la struttura carceraria e un conto è condividere l’attività trattamentale e la parità di genere è un diritto”. Giovanna Pentenero ha segnalato l’importanza degli “Sportelli lavoro” e l’apertura dello “Sportello dimittendi” al “Lorusso e Cutugno “, un ponte fra l’interno e l’esterno per permettere a detenuti e detenute a fine pena di favorire il rientro del mondo del lavoro e nelle relazioni sociali per ricostruire il proprio progetto di vita.
Pentenero ha segnalato che le competenze delle ristrette sono generalmente molto basse: occorrono progetti che elevino formazione e istruzione per poter affrontare il complesso mondo del lavoro una volta libere. Monica Cristina Gallo infine ha aperto una finestra sulle recluse del carcere di Torino.
“Molte hanno problemi di salute e dovrebbero essere prese in carico dal sistema sanitario cosa che non avviene. Inoltre le ristrette chiedono di essere aiutate a ricucire le relazioni famigliari: richieste che cadono spesso nel vuoto perché non hanno la possibilità di colloquiare né con gli agenti uomini che con gli agenti donne, per cui si sentono sole e abbandonate.










