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di Davide Ferrario

Corriere di Torino, 13 agosto 2025

Domenica il Corriere ha pubblicato una replica di Roberto Martinelli del Sappe a un mio intervento in cui criticavo l’idea, espressa dal nuovo Garante dei Detenuti regionale, che il Garante si debba occupare anche della polizia penitenziaria e non solo dei carcerati. Nonostante nello scritto esprimessi tutto il mio rispetto per i lavoratori, la cui condizione ho conosciuto nella mia esperienza di volontario, Martinelli usa un tono di aperta polemica. Amen, me ne farò una ragione senza farmi venire l’orticaria (parole sue). Resta aperto il tema: ha senso che un Garante dei detenuti si preoccupi anche del personale di custodia?

Ovvio che non deve avere pregiudizi nei loro confronti: sono lavoratori sfruttati in modo perfido, ripeto. Ma è evidente a ogni persona di buon senso che in una situazione disastrosa come quella delle carceri italiane non ci si può aspettare che il Garante sia una specie di figura ecumenica “a 360 gradi”, come si è autodefinita. Sono i direttori e i provveditori, semmai, a dover armonizzare i problemi di tutte le componenti del carcere. Non solo. Contro parte del personale a Biella e Ivrea sono in corso inchieste per abusi; a Torino c’è un processo e a Cuneo c’è stata un’udienza preliminare per le stesse ragioni.

Come si fa a credere che in queste situazioni il Garante dei Detenuti, nella sua funzione istituzionale di difensore dei loro diritti, possa avere una posizione super partes? Il (precedente) Garante a Cuneo si è costituito parte civile. Martinelli aggiunge che “ai detenuti delle carceri italiane e piemontesi sono garantite ogni tipo di tutela (sic), a cominciare dai diritti relati all’integrità fisica”. La realtà è che mentre scriveva queste parole a Torino si è ammazzato il secondo detenuto del 2025, il 53° in Italia. Al netto delle buone intenzioni, è di questo che si deve occupare un Garante: del perché nei fatti questa tutela non è affatto garantita.