di Rocco Sciarrone*
La Stampa, 11 agosto 2025
Nel marzo del 2024 il Consiglio Regionale del Piemonte aveva approvato un ordine del giorno in cui si impegnava ad affrontare la questione dell’esenzione della tassa regionale per il diritto allo studio universitario degli studenti detenuti. Una misura di intervento concreto e poco onerosa sul piano finanziario, a fronte della situazione drammatica degli istituti penitenziari. Purtroppo ancora una volta il tema non è stato considerato meritevole di attenzione in occasione dell’assestamento di bilancio discusso in questi giorni in Consiglio.
Eppure, il progetto del Polo Universitario Penitenziario dell’Università di Torino, nato 25 anni fa, è riconosciuto come esempio di eccellenza a livello nazionale. Attualmente coinvolge studenti in sette Istituti penitenziari del Piemonte, prevalentemente nella Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, e nelle carceri di alta sicurezza di Saluzzo e Asti. L’iscrizione è riservata agli studenti che presentino i requisiti di merito previsti dai regolamenti di Ateneo, quindi anche un numero minino di esami da sostenere. Nell’anno accademico in corso gli iscritti sono 154, distribuiti in 22 corsi di laurea, numero che aumenta di anno in anno.
Il Polo si avvale di un contributo da parte della Fondazione Compagnia di San Paolo, che garantisce la fornitura dei libri di testo e delle attrezzature informatiche e la retribuzione dei tutor didattici. L’Ateneo di Torino ha esentato gli studenti detenuti dal pagamento delle tasse, ma il 25% del contributo della Compagnia di San Paolo (circa 25mila euro annui) viene utilizzato per pagare le tasse regionali. Queste risorse potrebbero essere impiegate per potenziare servizi e qualità dell’offerta formativa. Quantomeno paradossale, considerando che la tassa regionale riguarda in gran parte servizi (mense, trasporti, alloggi) a cui gli studenti detenuti non accedono. In diverse regioni, tra cui la Lombardia, i detenuti iscritti all’Università sono da tempo esenti dal pagamento di questa tassa.
Favorire il diritto allo studio all’interno del carcere è utile non solo come strumento di crescita culturale, ma anche come via per ridurre il rischio di recidiva, quindi per promuovere il reinserimento sociale e lavorativo. Incomprensibile dunque la chiusura verso un provvedimento che avrebbe benefici concreti a fronte di un esiguo impegno di bilancio.
*Docente di Sociologia delle mafie e delegato del Rettore per il Polo Universitario Penitenziario dell’Università di Torino











