di Fabio Martini
La Stampa, 4 gennaio 2026
L’ex presidente del Senato: “La Repubblica nata dal patto tra avversari. Oggi ci si insulta sui social e i cittadini reagiscono disertando le urne”. Nei suoi primi 80 anni, la Repubblica ha vissuto eventi memorabili, momenti spartiacque che hanno segnato un prima e un dopo, come il maxi-processo a Cosa nostra di 40 anni fa, che è stato evocato dal Capo dello Stato nel messaggio di fine anno e che Pietro Grasso, protagonista come giudice a latere, storicizza così: “Oggi nel governo del Paese c’è una certa retorica sovranista e autocelebrativa sull’Italia tornata sulla ribalta internazionale.
Quarant’anni fa il maxi-processo mostrò al mondo che uno Stato democratico può affrontare un potere criminale con uno sforzo corale - governo, Parlamento, magistratura, cittadini - senza rinunciare alle regole e senza affidarsi a leggi speciali. Nell’anniversario per gli 80 anni della Repubblica proprio questo sarà il punto delicato: c’è una tendenza oramai evidente a ridurre i controlli, a scoraggiare la responsabilità e a considerare la legalità un intralcio anziché un valore”.
Classe 1945, siciliano, Pietro Grasso è stato il giudice a latere del maxi-processo del 1986-87, poi Procuratore nazionale antimafia, in anni più recenti presidente del Senato, oggi presidente della Fondazione Scintille di futuro e autore di un libro “U Maxi”, in uscita a febbraio per Feltrinelli.
La prima pagina nella storia della Repubblica “chiama” l’attualità: nel 1947, dopo aver scritto parte della Costituzione, socialisti e comunisti furono costretti all’opposizione e anziché fare le vittime, concorsero al completamento della Carta. Oggi, anziché la convergenza costituente, non si cerca da ogni parte politica la differenza a tutti i costi?
“Quello spirito costituente di maggioranza e opposizione nasceva da una consapevolezza lucidissima: la democrazia non si regge se è pensata come bottino per la maggioranza di turno. I costituenti capirono che la Costituzione doveva rappresentare una casa comune, con un’idea alta della politica: saper distinguere conflitto politico e fondamenti istituzionali. Oggi, ma non da oggi, quella distinzione spesso salta. Perché si piegano le istituzioni alla contesa piuttosto che a proteggerle. piuttosto che a proteggerle. Oggi si passa il tempo ad insultarsi sui social. Ma attenzione: se lo spirito costituente diventa ostacolo da aggirare, la Repubblica resta formalmente in piedi ma si svuota dall’interno, si allontana dal sentire comune dei cittadini. Che reagiscono: disertando le urne”.
Nella sua ricognizione il presidente Mattarella ha citato due soli nomi, Borsellino e Falcone. Ma un consuntivo di 80 anni di magistratura non deve fare i conti con i primi 40 anni, vissuti tra “porti delle nebbie” e sudditanze e gli ultimi 20 di magistratura associata che ha gestito il potere come un mercato tra le correnti?
“Questo bilancio va fatto senza reticenze. La magistratura, come ogni potere della Repubblica, ha conosciuto stagioni diverse, non tutte all’altezza del proprio ruolo costituzionale. Nei primi decenni, che in parte ho vissuto da giovane magistrato, ci sono stati conformismi, difese di un sistema di potere, persino forme di sudditanza ma poi c’è stata la svolta di quei tanti magistrati che hanno capovolto quell’iniziale conformismo. Con la lotta alla mafia, al terrorismo, alla corruzione. Spesso mettendo a rischio la propria vita. Recentemente, una parte della magistratura associata ha confuso la funzione di garanzia con dinamiche di potere, con logiche correntizie, con opacità che hanno fatto male anzitutto alle istituzioni della magistratura e negarlo, significa non aver imparato nulla dalla storia. Ma la risposta a questi errori non può essere la delegittimazione della magistratura nella sua autonomia”.
Nessuno è stato finora in grado di dimostrare in modo chiaro che le norme governative sulla giustizia prefigurino “pieni poteri” per l’esecutivo…
“Credo che con la normativa sottoposta a referendum si andrebbe ben oltre un’incrinatura. La separazione delle carriere, così come viene proposta, rompe l’architettura della Costituzione e rende la magistratura più esposta al potere esecutivo. Per questo ritengo che il “no” al quesito referendario sia un sì alla difesa della Costituzione. L’indipendenza dei giudici non è una tutela corporativa, non è un privilegio ma una garanzia per i cittadini, soprattutto per i più deboli. Smontare questa indipendenza significa colpire l’equilibrio tra i poteri disegnato dalla Costituzione. Ogni volta che si riduce l’autonomia della giurisdizione non si correggono gli abusi ma si apre uno spazio per più gravi squilibri per la democrazia. Anche perché - e questo è il punto delicato - ci sono anche altri segnali”.
Nel senso che l’ottantesimo della Repubblica potrebbe essere ricordato come l’inizio di una stagione segnata dalla “rivincita” di chi la Costituzione non l’ha scritta?
“L’abolizione dell’abuso d’ufficio e l’indebolimento della Corte dei Conti vanno nella stessa direzione: ridurre controlli, scoraggiare la responsabilità e considerare la legalità un intralcio anziché un valore. Scelte che contrastano con la cultura costituzionale della nostra Repubblica e su questo non si può restare neutrali. Se elimino il controllo della Corte dei conti e della magistratura sui favoritismi, cosa resta? Senza controlli resta il singolo con la sua etica personale e collettiva. Può bastare?”.
A proposito di etica collettiva: Borsellino e Falcone sono stati due magistrati valentissimi e coraggiosi ma nella loro missione di servitori dello Stato, non furono incompresi dallo Stato stesso, quello legale, non quello dell’area grigia?
“Concordo col presidente Mattarella: la gratitudine per Falcone e Borsellino non basterebbe mai. Loro non appartengono solo alla storia della lotta alla mafia, ma alla storia costituzionale della Repubblica. Hanno reso concreti principi e valori che rischiavano di restare astratti. Il senso dello Stato, il senso del dovere, l’eguaglianza davanti alla legge, l’indipendenza della magistratura. Continuano a chiederci che lo Stato sia ancora credibile su quei valori: il richiamo alla legalità non può valere ad intermittenza. Non a caso il fumetto per ragazzi che sto portando nelle scuole. Ho voluto che si intitolasse “Da che parte stai?”, proprio per sottolineare che è una scelta quotidiana”.
Oggi, con una certa retorica da “anno zero”, si ripete che l’Italia ha riconquistato prestigio internazionale: per la reputazione del Paese quanto ha pesato il maxiprocesso?
“Come Procuratore antimafia sono stato in tanti Paesi, dove si era cercato di risolvere il problema criminale con operazioni di polizia su larga scala, senza garanzie per le persone. Ma allora - in Italia, in Sicilia - dimostrammo che i processi si fanno con un preciso impianto probatorio. Abbiamo acquisito credibilità internazionale per la coerenza tra i valori proclamati e le pratiche reali. Mi domando: in questi anni abbiamo ripreso i rapporti con l’Egitto ma facciamo il possibile perché i responsabili dell’omicidio Regeni siano processati? Abbiamo fatto il possibile per far tornare Trentini in Italia? Quali passi ha fatto il governo dopo che il giudice italiano della Corte penale internazionale è stato condannato in contumacia dalla Russia? Non vorrei che il sovranismo e l’orgoglio si fermassero ai riconoscimenti dell’Unesco per la buona tavola”.











