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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 23 novembre 2024

Il vicepresidente del Csm si schiera col governo. Critiche da Md e da Area: “Vorrebbe dei magistrati assoggettati al legislatore”. Anche Nordio all’incontro di Firenze: “Non c’è spazio per il diritto creativo”. Ma il presidente della Consulta Barbera ricorda che una norma si può disapplicare. L’incontro organizzato a Firenze dalla Corte dei conti s’intitolava “Giustizia al servizio del paese”. I convitati - soprattutto il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il sottosegretario Alfredo Mantovano e il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli - lo hanno evidentemente inteso come “Giustizia al servizio di chi governa il paese”. E così è passata un’altra giornata di attacchi della destra ai giudici. Questa volta il punto d’attacco è stato l’articolo 101 della Costituzione (“La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge”).

Così Pinelli: “Non si dica, per carità, che in base all’articolo 101 della Costituzione, il giudice è soggetto solo alla Costituzione. Il costituente parla chiaramente di legge, non di Costituzione, e non c’è argomentazione seria che tenga per poter superare un dato testuale inequivoco e fondamentale per la tenuta degli equilibri dello Stato democratico”. Poi, senza mai citare episodi specifici ma riferendosi in tutta evidenza alle decisioni assunte dai tribunali nelle ultime settimane in materia di immigrazione, con l’invito rivolto ai giudici a non esagerare con le “soggettive valutazioni valoriali”, perché non si può andare oltre la legge “in nome di pretese interpretazioni conformi alla Costituzione, alla Cedu o alla Corte di giustizia europea o al diritto dell’Unione”.

A metterci il carico sopra ci ha pensato poi Nordio: “Non c’è spazio per il cosiddetto diritto creativo”. Frase che sembra un ritorno a mezzo secolo fa, quando si parlava di “giurisprudenza alternativa”, cioè costituzionalmente orientata, e la destra accusava le toghe rosse di inventarsi un diritto tutto loro. Ovviamente non era così: tanti pronunciamenti della Consulta hanno chiarito che la Costituzione non è solo una carta programmatica ma anche un valore di cui il giudice deve tener conto in fase di interpretazione. E se secondo Mantovano “l’articolo 101 non gode in questo momento di un’ottima salute” e “per l’esercizio della giurisdizione non è sufficiente avere la Costituzione in tasca”, a rispondere in maniera molto tecnica ci ha pensato poco dopo il presidente uscente della Corte costituzionale Augusto Barbera, spiegando che, con la sentenza 269 del 2017 si è detto che i giudici hanno la possibilità di scegliere se sollevare una questione davanti alla Corte costituzionale o se passare direttamente alla disapplicazione della norma. Come in effetti accaduto con le deportazioni in Albania prima e con il decreto sui paesi sicuri dopo. “Le decisioni della Corte costituzionale offrono maggiore certezza giuridica, senza escludere la possibilità di ricorso diretto alla Corte di giustizia”, ha poi aggiunto.

Restano comunque le parole di Pinelli, che ha assunto una posizione politica, chiarendo da quale parte sta in questa fase dello scontro tra governo e giudici, mascherando il tutto da opinione tecnica. “Appare scontato che i giudici sono soggetti alla legge - scrive in una nota il coordinamento di Area democratica per la giustizia -. Oggi, tuttavia, la legge non è solo quella del parlamento nazionale, ma anche le fonti fondamentali e sovra ordinate della Costituzione repubblicana, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, dei trattati della Unione. Non lo dicono le ‘toghe rosse’: è un dato acquisito ed incontestato da chiunque studi e pratichi il diritto. Se invece il vicepresidente Pinelli per soggezione solo alla legge intende soggezione dei magistrati solo al legislatore e quindi alla volontà politica del momento, dimentica il senso autentico delle democrazie moderne e del principio di separazione dei poteri”.

Critico anche il segretario di Magistratura democratica Stefano Musolino. “Le parole di Pinelli devono essere intese o come ripetizione stentorea di noti principi oppure come una critica ai giudici che hanno sollevato la questione di pregiudizialità o disapplicata la normativa nazionale, in materia di procedure accelerate di frontiera - ha detto al manifesto -. Così intese queste tendono a sovrapporsi a quelle pronunciate da Mantovano ed è questa sintonia di scopi che va oltre le parole ad inquietare. Invece, di difendere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, il vicepresidente si associa alle critiche governative sulla modalità con cui le norme sono state interpretate. Non ricordo che vi siano precedenti analoghi. Ma anche questo dà il senso dello stress dei rapporti istituzionali che stiamo vivendo”.