Il Dubbio, 16 maggio 2025
Il vicepresidente del Csm propone di estendere il beneficio a 60 o 90 giorni, per ridurre il numero dei reclusi e per conciliare il principio di legalità con il rispetto della persona detenuta. Pubblichiamo l’intervento dell’avvocato Fabio Pinelli, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, al convegno “Per un Gesto di Clemenza nelle Carceri”, che si è svolto ieri in Senato.
Vorrei iniziare sottolineando che ci troviamo di fronte a un tema di estrema complessità. Per questo motivo è importante evitare ogni forma di banalizzazione. Possiamo cercare, in poche battute, di semplificare o mettere a fuoco alcuni nodi centrali, ma dobbiamo farlo senza perdere la profondità del problema. Quando affrontiamo la questione del sovraffollamento carcerario - oggi parliamo di circa 11.000 detenuti oltre la capienza regolamentare - è fondamentale affiancare al dato quantitativo anche una riflessione culturale e giuridica.
Esistono, infatti, delle resistenze culturali profonde rispetto ai provvedimenti di clemenza, come amnistie e indulti. Queste resistenze non sono prive di fondamento: penso, ad esempio, alla dogmatica tedesca, secondo cui una sanzione minacciata che poi non viene eseguita perde la propria efficacia preventiva generale. In altre parole, se lo Stato investe risorse per accertare una responsabilità e poi non dà seguito all’esecuzione della pena, la funzione stessa della pena viene meno. Tuttavia, i provvedimenti di clemenza presentano anche una loro intrinseca iniquità: si basano su criteri temporali che generano disuguaglianze. Due persone colpevoli dello stesso reato, ma in momenti diversi - anche solo a pochi giorni di distanza - si trovano trattate in modo totalmente differente. Questo crea, di fatto, una disparità di trattamento a parità di condotta.
A queste considerazioni di carattere culturale e giuridico dobbiamo affiancare un elemento essenziale: la dignità della persona. Il Presidente emerito della Corte costituzionale Gaetano Silvestri ricordava che la dignità non si acquisisce e non si perde: è un attributo permanente. Quando le condizioni carcerarie ledono in modo grave e sistematico questa dignità, lo Stato viene meno ai suoi obblighi fondamentali.
Quindi, quali soluzioni possiamo trovare? A mio avviso, possiamo e dobbiamo cercare una sintesi tra esigenze apparentemente opposte. Da un lato, il rispetto della legalità, dall’altro, il rispetto della dignità umana. E questa sintesi può e deve passare per gli strumenti già previsti dall’ordinamento penitenziario, migliorandoli e potenziandoli. Un esempio è la liberazione anticipata, che oggi prevede una riduzione della pena di 45 giorni per semestre per buona condotta. Potremmo, in una fase emergenziale, estendere questo beneficio a 60 o 90 giorni, soprattutto per detenuti con pene brevi e che non si siano macchiati di reati particolarmente gravi. Sarebbe una misura concreta, equilibrata, che non nega la funzione della pena ma che aiuta a gestire una situazione drammatica senza rinunciare ai principi fondamentali.
Questa strada permetterebbe anche di evitare che lo Stato lanci un messaggio contraddittorio: minacciare la pena e poi non eseguirla. Allo stesso tempo, eviterebbe di ignorare le condizioni reali delle carceri e il valore della dignità umana.
Aggiungo due ultime considerazioni. Il ruolo del magistrato di sorveglianza. Il sovraffollamento e la carenza di personale compromettono gravemente la possibilità di un rapporto diretto e continuo tra magistrato e detenuto. Questo rapporto è essenziale per valutare il percorso rieducativo e decidere, con cognizione di causa, l’accesso a benefici o misure alternative. Se viene meno, il rischio è duplice: da un lato, si possono concedere benefici a chi non è pronto; dall’altro, il magistrato può rifugiarsi in un atteggiamento “difensivo”, bloccando percorsi di reinserimento anche quando sarebbero possibili e auspicabili.
Una visione moderna della pena. C’è un rischio concreto che si proceda a gesti emergenziali - come lo svuotamento delle carceri - senza accompagnarli con un progetto più ampio su cosa debba essere la pena in una democrazia avanzata del XXI secolo. La nostra idea di pena è ancora fortemente legata alla reclusione e alla retribuzione. Ma in un sistema moderno, dobbiamo interrogarci su quali conflitti debbano essere affidati alla giurisdizione penale, e su quali possano essere affrontati con altri strumenti. L’uso esclusivo e punitivo della pena, in condizioni strutturali carcerarie spesso indegne, non fa che alimentare la recidiva.
In conclusione, ritengo che la direzione più sostenibile e realistica sia quella di intervenire sugli istituti già previsti dall’ordinamento penitenziario, migliorandoli e rendendoli strumenti efficaci di equilibrio tra il principio di legalità e il rispetto della dignità umana. Ma questo intervento tecnico deve essere accompagnato da un progetto culturale e politico più ampio: una riflessione profonda su cosa significhi davvero “pena” nella nostra società.











