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di Marco Cremonesi

Corriere della Sera, 9 febbraio 2025

Il vicepresidente del Csm: la magistratura accolga l’invito al dialogo di Mantovano. “Vivo nella sincera preoccupazione che queste tensioni facciano del male alle nostre istituzioni”. Fabio Pinelli, avvocato penalista e professore a Ca’ Foscari, da due anni è il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura. E dalla richiesta di tutela riguardo alle dichiarazioni del ministro Nordio in Parlamento alla richiesta dei laici del Csm di intervenire nei confronti del procuratore di Roma Francesco Lo Voi, il momento è complicato come forse mai in passato.

Vicepresidente, come si esce da questa situazione di scontro continuo?

“Il Csm è un organo di garanzia che trova la propria forza e il proprio punto di equilibrio istituzionale nella guida del presidente della Repubblica. Non entro nel merito, né sulla vicenda Lo Voi né su quella nata dalle dichiarazioni del ministro in Parlamento. Ritengo solo opportuno sottolineare la necessità di un atteggiamento rispettoso e di grande responsabilità istituzionale da parte di tutti per evitare che un organo di centrale importanza nel nostro assetto, come il Csm, degeneri in luogo di scontro”.

E come si può evitarlo?

“Politica e magistratura devono dialogare. Il sottosegretario Alfredo Mantovano ha non solo puntualizzato che è in discussione una riforma della giustizia per i cittadini e non contro la magistratura, ma ha aperto al dialogo e ha invitato la magistratura a non perdere l’opportunità di un confronto, ancorché critico, sui contenuti. La magistratura, mi permetto, dovrebbe accogliere questo invito. Del resto, l’essenza del magistrato è essere risolutore di conflitti. Il fondamento del magistrato sta dunque nella sua terzietà: se si è risolutore di conflitti, non si può esserne parte”.

La sensazione di una sorta di volontà punitiva nei confronti della magistratura è sbagliata?

“La magistratura possiede al proprio interno le risorse per essere, con il proprio contributo di competenza, attore fondamentale nella discussione sul proprio ordinamento e rispetto alle linee strategiche da adottare per una giustizia più efficiente, nell’interesse dei cittadini. Anche l’avvocatura può dare un grande contributo. È a partire dall’esperienza concreta, infatti, che ogni intervento riformatore deve svilupparsi per essere efficace. La magistratura italiana è sana, piena di magistrati seri, onesti e impegnati. Proprio per questo nasce la mia sincera preoccupazione sul fatto che questa tensione faccia male alle istituzioni e alla magistratura”.

Che pericoli vede?

“Faccio l’esempio del possibile referendum sulla riforma della giustizia. Se non riusciamo a instaurare un clima costruttivo, la consultazione diventerà un referendum non pro o contro la separazione delle carriere, ma pro o contro la magistratura. Una cosa che farebbe malissimo al Paese, alla nostra democrazia, alla magistratura stessa”.

Eppure le toghe sembrano unite nel respingere la separazione delle carriere...

“Bisogna capire da dove siamo partiti e come siamo arrivati qui. La storia lascia dei segni, sia nella percezione dei cittadini che nell’equilibrio dei poteri dello Stato. Fenomeni sedimentati sono emersi in un’epoca di cambiamento. Il potere politico è confinante con quello giudiziario, ad ogni avanzamento dell’uno vi è un arretramento dell’altro. Le tensioni tra poteri sono per certi aspetti fisiologiche e comuni ad altri paesi”.

Ma...

“Ma è anche vero che nelle democrazie le regole le fa la politica, la magistratura le applica. Quale potere autonomo e indipendente, può inquisire per le leggi approvate anche l’uomo politico”.

Il parlare di immunità parlamentare non è un segnale che anche la politica voglia alzare il livello dello scontro?

“Direi di no, nel momento in cui intendesse procedere con le riforme, e ciò avvenisse in un clima di dialogo. Per quanto riguarda il ddl costituzionale si può discutere sui contenuti, anche sul sorteggio e sull’alta corte disciplinare. Nell’affrontare questioni così delicate, che attengono anche all’equilibrio tra i poteri, potrebbe valutarsi, da parte delle forze politiche, di affrontare anche l’immunità parlamentare”.

Non si rischia l’equivalenza immunità come impunità?

“L’immunità non può in nessun caso diventare impunità. D’altronde, l’immunità era stata prevista anche dai nostri padri costituenti. Una democrazia in salute ha bisogno di una politica autorevole, in grado di proporre e realizzare le riforme di cui il Paese ha bisogno; e al contempo, di una magistratura libera, autonoma e indipendente. È il principio corretto della separazione dei poteri. Le istituzioni, tutte, devono poter essere guardate con fiducia dai cittadini”.