di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 9 ottobre 2022
La contestazione. Nelle mozioni approvate dal Congresso nazionale forense di Lecce emerge l’ampia insoddisfazione per le nuove misure processuali.
“Sovvertimento valoriale”, “ispirazione carcero-centrica”, contrasto con i principi di equità e di accesso dei cittadini alla giustizia, compromissione delle garanzie. Dal XXXV Congresso nazionale forense che si è chiuso ieri a Legge non esce benissimo il pacchetto di riforme da pochi giorni approvato definitivamente dal Governo sul processo civile e penale.
Il quadro delle mozioni approvate dagli oltre mille delegati flagella con una serie di critiche, da quelle più generiche ad altre più puntuali, le misure con cui a breve tutti gli operatori dovranno fare i conti. Andiamo con ordine, allora. Sul processo civile, a non convincere sono, tra l’altro, l’aumento complessivo di costi ed oneri per il cittadino; l’introduzione di sanzioni pecuniarie e processuali; la compressione degli spazi della difesa; l’aumento della competenza del giudice di pace prima che venga esteso e messo a regime il processo telematico, di cui attualmente è privo; l’attribuzione al magistrato di discrezionalità in ordine alle modalità di esercizio della difesa sottraendo la scelta all’avvocato; la riesumazione del mai rimpianto processo societario; l’introduzione a scopo deflattivo della sanzione di inammissibilità collegata ai requisiti di forma degli atti. Di più, “appare discutibile la commistione tra la negoziazione assistita e l’attività istruttoria stragiudiziale che si intende introdurre”, mentre l’obbligo di effettuazione delle notificazioni esclusivamente a mezzo di posta elettronica certificata introduce un elemento di eccessiva rigidità.
Non meglio vanno le cose sul penale. Che viene investito da una raffica di critiche. Dove, a monte di una sottolineatura dell’assenza di investimenti stabili (“l’inserimento di personale di supporto, a tempo determinato, in seno all’ufficio del processo rischia di non produrre gli effetti sperati” ma essere messi nel mirino sono una serie di interventi e di omissioni. È il caso della mancata razionalizzazione di alcune fasi processuali che, statistiche alla mano, rivendicano gli avvocati, rappresentano indebiti momenti di stasi: esemplare l’opzione “conservativo-riduttiva” adottata sull’udienza preliminare: è introdotta una “udienza filtro” dinanzi al giudice dibattimentale, con prevedibili complicazioni, dal difetto di terzietà, alle incompatibilità, al rischio di condizionamento del dibattimento, attesa la prognosi di condanna da cui dovrebbe prendere le mosse.
Ma poi, i criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale sono rimessi alla discrezionalità degli uffici requirenti dell’obbligatorietà; le notificazioni, in larga misura sono addossate alla difesa perché, invece di potenziare i canali di ricerca dell’imputato non detenuto per consentirgli l’effettiva conoscenza del procedimento, assegna al suo difensore, dopo una prima notifica spesso molto risalente, i relativi oneri a danno delle garanzie difensive.
Ancora, le mozioni approvate contestano le misure sulle impugnazioni che valorizzano la fase scritta in stridente contrasto con i principi di oralità e immediatezza del Codice di procedura penale, le disposizioni sul mandato a impugnare , l’estensione del catalogo dei reati perseguibili a querela.
E poi, sul tavolo delle richieste, il Congresso nazionale forense mette anche la sospensione dell’entrata in vigore della riforma Orlando sui giudici di pace, in attesa delle necessarie misure attuative, la cancellazione di qualsiasi limitazione all’esercizio del diritto di voto degli avvocati nei consigli giudiziari, la realizzazione di un’unica piattaforma telematica in grado di supportare gli avvocati e la contestuale trasposizione nei Codice delle norme in materia di processo telematico.









