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di Riccardo Del Lungo

pisatoday.it, 3 ottobre 2026

“È l’esasperazione dei problemi irrisolti”. Il Garante comunale delle persone private della libertà personale, l’avvocato Valentina Abu Awwad, porta la sua testimonianza del caso e analizza la grave situazione del Don Bosco di Pisa. È tornata la calma, sembra. Ma i problemi storici del Don Bosco di Pisa, aggravati da un’estate difficilissima, sono sempre lì. La testimonianza e le analisi dell’avvocato Valentina Abu Awwad, Garante comunale delle persone private della libertà personale, intervistata da PisaToday, rimettono al centro del dibattito quelle che sono le criticità concrete della vita nel carcere pisano. Criticità che possono esasperare, al punto di “cancellare la speranza di un futuro”, con buona pace della finalità riabilitativa o anche solo di una serena gestione della struttura.

Sono passate quasi 48 ore dallo scoppio della protesta messa in atto da decine di detenuti del carcere pisano, i quali, a partire dal pomeriggio di mercoledì 30 settembre, si sono barricati all’interno della seconda sezione del reparto giudiziario. Le tensioni si sono risolte solo la mattina del giorno dopo, primo ottobre, dopo un’estenuante trattativa, con dietro le cancellate gli uomini in assetto antisommossa pronti a intervenire. 

“Sono rientrata oggi nella struttura - dice il Garante - ho parlato con diversi detenuti e sono apparsi calmi. C’era più silenzio del solito, a cui non sono abituata… di solito il contesto di un carcere è più confusionario. È chiaro che la vicenda ha causato turbamento. E non solo, chiaramente, nell’area coinvolta”.

La ricostruzione della protesta: la trattativa con l’antisommossa pronta a intervenire - “La protesta è cominciata intorno alle 18 - è la testimonianza di Awwad - con i detenuti che nella seconda sezione del giudiziario hanno fatto uscire la polizia e si sono chiusi dentro, barricandosi con ingombri di cemento. Io sono stata avvisata intorno alle 21 e alle 21.30 ero in carcere. All’inizio, per ragioni di sicurezza, non sono potuta entrare. Via via sono arrivati i rinforzi degli agenti fino al reparto antisommossa. La direttrice ha fatto un grande lavoro di mediazione, fino le 2.30 di mattina. Poi lo stesso ho fatto anche io, come ultimo tentativo prima che si desse l’avvio all’intervento degli agenti antisommossa”.

“I detenuti - prosegue il racconto il Garante - chiedevano rassicurazioni affinché la cosa finisse senza violenza. Chiedevano per esempio un ‘foglio scritto’. Abbiamo spiegato che si trattava di una questione di fiducia. La direttrice conosce i detenuti, così come anche io ho avuto nel tempo colloqui con molti di loro. Alla fine si sono fidati, hanno rimosso gli ingombri, hanno aperto e sono usciti. La cosa si è risolta pacificamente senza che nessuno si sia fatto male. I detenuti individuati come promotori sono stati portati in celle singole e per loro sono state attivate le procedure per la contestazione della condotta”. I quattro soggetti in questione sono stati trasferiti in un altro carcere. 

Come si è appreso dalla mattina, a far scattare la protesta sarebbe stato il ritrovamento di dispositivi di intercettazione all’interno delle celle. “Ho sentito di queste microspie, uno di questi oggetti me lo hanno fatto vedere, ma l’azione così veemente non è riconducibile a quello”, analizza Awwad. “C’è tanta insofferenza per i problemi strutturali”. L’elenco delle criticità è lungo e il primo che il Garante comunale delle persone private della libertà personale cita è quello delle cimici, gli insetti: “Questa estate è stata devastante. La direzione del carcere ha promosso numerose disinfestazioni, ma non è servito. Sono tutti pieni”.

È l’aggiungersi di criticità su criticità a far precipitare la situazione: pochi servizi e percorsi di attività ridotti, insieme al sovraffollamento, che non può essere nemmeno risolto da misure alternative, innescano un inevitabile senso di abbandono nei detenuti. In spazi ristretti, malsani e infestati dalle cimici. Spiega Awwad: “Il Sai (Servizio di Assistenza Intensiva) interno al carcere, è occupato da soggetti psichiatrici. Chi ha problematiche di salute non trova spazio. In tanti potrebbero uscire dal carcere con misure alternative, ma non hanno parenti o strutture che possano accoglierli, così restano in cella fino a quasi fine pena. I posti nelle Rems, come a Volterra, in comunità o per tossicodipendenti, sono pochissimi. In estate mancavano due magistrati di sorveglianza, con quindi ritardi nell’assegnazione dei permessi o permessi premio. Con la chiusura di Sollicciano il sovraffollamento è peggiorato, sempre fra giugno e luglio. Tutto in un contesto già grave e dove le iniziative di lavoro interne sono poche”.

L’esasperazione è tale che “la stessa protesta messa in atto è stata fatta a volto scoperto, scattata nonostante tanti volessero fare i percorsi di recupero previsti. Sono stati sopraffatti dai problemi. Tante volte bastano dei colloqui per disinnescare azioni di questo tipo, ma con il sovraffollamento anche trovare modo di fare colloqui con gli psicologi, già pochi, è ancora più difficile”.

Fra le questioni che restano da chiarire c’è la presenza di smartphone all’interno del carcere. “Succede in diverse altre strutture - afferma il Garante - certamente non dovrebbe avvenire ed è un problema degli organi competenti. Un telefono non è nemmeno un oggetto così piccolo da passare inosservato”. Sul dibattito politico scattato nelle ore successive alla protesta, Awwad insiste sul valutare i problemi concreti del Don Bosco: “Un numero più alto di stranieri non indica nulla sulla gravità dei reati, sono semmai maggiori di numero perché non avendo contatti restano fino all’ultimo in carcere a scontare la pena. Guardare l’aspetto dell’immigrazione in questo contesto di criticità è fuorviante, questa protesta poteva coinvolgere chiunque all’interno”.