di Pietro Barghigiani
Il Tirreno, 2 maggio 2020
L'avvocato: "Mi hanno avvertito 9 giorni dopo l'udienza in carcere. Il cliente era entrato da poco, ma non gli hanno fatto il test". Lo hanno chiamato di primo mattino dal carcere. "Buongiorno avvocato, purtroppo dobbiamo dirle che il suo cliente è risultato positivo al coronavirus". Fine della comunicazione e inizio di un turbamento che il legale si porta dietro da quando l'amministrazione della casa circondariale lo ha informato delle condizioni sanitarie del suo assistito.
Dopo gli agenti della polizia penitenziaria e alcuni operatori sanitari, ora anche un detenuto è stato contagiato dal Covid-19. Era stato arrestato il 17 aprile in esecuzione di una misura cautelare in cui gli venivano contestati numerosi episodi di spaccio. A quel punto si doveva procedere con l'interrogatorio di garanzia davanti al gip. L'incontro, a distanza, è avvenuto il 20 aprile. Il giudice nel suo ufficio in Tribunale collegato via Skype con il detenuto in carcere. E l'avvocato accanto al cliente. "Premesso che è stata una mia scelta essere presente al Don Bosco - spiega l'avvocato. Avevo necessità di parlare con il mio assistito. Un colloquio era necessario prima di poter rispondere alle domande del gip".
La scena esce dall'ordinario solo per l'emergenza sanitaria che consente le udienze in remoto con l'ausilio di supporti telematici. Le parti nei rispettivi uffici e gli schermi dei pc che offrono audio e video dei protagonisti. Quello che va oltre e segna una novità poco gradevole è l'esito dei controlli, a posteriori, sul detenuto. L'uomo, un albanese, è stato messo in isolamento in attesa che il giudice si pronunci sulla richiesta di arresti domiciliari avanzata dall'avvocato, inconsapevole nell'affrontare il rischio di un potenziale contagio. Una presenza che lo ha reso vulnerabile.
"Al momento non ho alcun sintomo - spiega il difensore. E a questo punto non credo di fare controlli particolari. Sia io che il mio cliente eravamo muniti di protezioni, dai guanti alle mascherine. Eravamo anche a più di un metro e mezzo. Ma in quella stanza dentro il carcere ci sono rimasto per circa un'ora. Un ambiente chiuso e senza finestre". L'incontro risale al 20 aprile, mentre la telefonata con la comunicazione della positività è arrivata mercoledì scorso.
"Il mio assistito è stato arrestato il 17 aprile - prosegue l'avvocato. Mi chiedo per quale motivo in tre giorni nessuno si sia preoccupato di fargli almeno un test sierologico. Veniva da fuori, era a rischio. Va bene che il sierologico a livello scientifico è più grezzo del tampone.
Ma è in grado comunque di dirti se sei entrato in contatto con il virus. Se glielo avessero fatto e me lo avessero comunicato non sarei certo andato in carcere e avrei fatto l'udienza da remoto nel mio studio come il giudice. Quella telefonata dal Don Bosco è stata spiacevole per lo stato d'ansia che ti lascia sapere di essere rimasto un'ora in una stanza senza aria con una persona positiva".










