di Arturo Checchi
La Repubblica, 27 febbraio 2023
Ottobre 2022, carcere di Pisa. Tredici studenti dell’istituto superiore “Arturo Checchi” di Fucecchio (Fi), insieme al loro professore Tommaso Giani, si presentano alla portineria della casa circondariale. Sono di età diverse e di indirizzi diversi della stessa scuola (chi del liceo scientifico, chi del linguistico, chi del professionale), ma a partire da oggi, con la cadenza di due pomeriggi al mese, tutti e 13 comporranno il 50 per cento della “classe pirata” del Checchi. Una classe fuori ordinanza per il fatto di riunirsi dietro le sbarre: formata per metà da studenti adolescenti e per l’altra metà da detenuti. La direzione del carcere di Pisa ci ha approvato un ciclo di 15 incontri disseminati lungo l’arco dell’intero anno scolastico: sempre con gli stessi studenti e sempre con gli stessi detenuti, per favorire una continuità, un approfondimento delle relazioni, un progredire continuo nel percorso didattico.
Ma per l’appunto, alla classe pirata di preciso che cosa si impara? Prima di tutto, si impara a raccontare. Materia di studio infatti sono i racconti di vita in prima persona di studenti e detenuti; racconti che in ogni incontro si dipanano a partire da una parola chiave sempre diversa proposta dal professore. Da ottobre a febbraio abbiamo utilizzato le parole “infanzia”, “amicizia”, “paure”, “passioni”, “maestri”, “bugie”, “coppia”. Ma altre ne seguiranno nei successivi 10 incontri, l’ultimo dei quali sarà non in carcere ma a scuola, con alcuni detenuti del nostro gruppo che, avendo raggiunto il fine pena, si recheranno a Fucecchio a trovare i loro “compagni di classe pirata” nelle rispettive aule.
In ogni incontro svolto in carcere, gli studenti e i detenuti si dispongono in cerchio e regalano agli altri una pagina di diario, un vissuto, un aneddoto a partire dalla parola chiave del giorno. Buona parte di questi racconti sono molto intimi, quindi sia i ragazzi sia i detenuti preferiscono che non vengano pubblicati. Tutti però sono favorevoli al fatto che questi racconti vengano utilizzati in forma anonima dagli studenti della classe pirata per animare delle ore di lezione con i loro compagni di scuola a Fucecchio: in questo modo la portata del progetto si allarga; a partire dai 13 studenti della classe pirata, i racconti di vita nati in carcere arrivano a decine di altri studenti, per portare nelle classi la vita quotidiana di un detenuto, ma anche temi legati all’affettività e alla gestione delle emozioni, alla cura delle fragilità… tutti argomenti che da questi racconti a cuore aperto emergono con forza e con delicatezza allo stesso tempo, cercando di riempire di senso e di autenticità il cammino formativo degli studenti e quello rieducativo di chi sta scontando una pena.









