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di Pietro Barghigiani

Il Tirreno, 13 marzo 2022

Vito e la lettera dal carcere. La storia di un 69enne condannato per duplice omicidio e in cella da vent’anni. “Sono invalido, ho perso casa e famiglia”.

La parola pentimento non appartiene al suo vocabolario. Se si vuole dare un senso alla coerenza, nel rispetto di chi non c’è più, Vito Taddeo resta ancorato alle posizioni di vent’anni fa. “Ho sparato perché mi avevano aggredito”, è un punto fermo mai scalfito neanche durante la detenzione. Ma quello è il passato scandito da una reclusione impeccabile che ora è giunta al termine. Siamo al fine pena per Taddeo, 69 anni, originario della provincia di Potenza, all’epoca dei fatti residente a San Romano.

Condannato a 27 anni per duplice omicidio, l’uomo il 12 maggio uscirà dal carcere Don Bosco. Un traguardo raggiunto in anticipo rispetto alla sentenza tra indulto e liberazione anticipata. Uscirà a meno di 20 anni dagli omicidi che hanno portato lui in carcere e distrutto due famiglie, quelle delle vittime, i fratelli albanesi. Taddeo ora diventa uno di quei detenuti che rischiano di trovare una solitudine assoluta fuori dal carcere.

In una lettera al Tirreno affida il suo timore che è anche un appello per trovare una sistemazione. “Sono stato condannato a 27 anni di reclusione, ritengo ingiustamente perché aggredito in casa propria da una moltitudine (circa 15) di cittadini albanesi ubriachi. Alla prima aggressione non ho reagito, ma alla seconda, dopo circa 30 minuti dalla prima, trovandomi sulle scale di casa mia con mio figlio quattordicenne dietro di me, vedendo nuovamente correre per aggredirmi un gran numero di persone, impossibilitato a sottrarmi alla loro aggressione, per difendermi, ho sparato verso queste persone uccidendone due”.

Era la sera del 14 luglio 2002 a San Romano - “Non mi è rimasto più niente, ho 69 anni sono invalido al 75%, percepisco una pensione di 400 euro al mese - aggiunge - . Sono stato abbandonato dalla mia famiglia, mi è stata tolta la casa di proprietà che è stata venduta all’asta per il risarcimento alle famiglie delle vittime. Il mio fine pena è piuttosto prossimo. Non ho più dove andare. Mi sono rivolto agli educatori del carcere che si dovrebbero occupare di reinserire le persone nella società, ma la parola “reinserimento” è solo una parola vuota e priva di interesse. Si fa veramente poco per aiutare chi esce dal carcere a reinserirsi nella società”.

Il futuro uomo libero Vito Taddeo ha scritto al sindaco di Pisa chiedendo un aiuto per un alloggio “ma non mi ha risposto” dice. “Ho chiesto aiuto al direttore del carcere e anche con una e-mail pec del mio legale, del 4 dicembre 2020 al Comune di Montopoli per un alloggio, ma sempre senza alcuna risposta - ripete. Non so più a chi rivolgermi. Non so cosa potrebbe succedere e cosa dovrò fare per sopravvivere. Chiedo il vostro intervento per sensibilizzare qualcuno ad aiutarmi, visto che non ho un alloggio e non voglio restare a dormire in una panchina. Il mio debito con la giustizia e con le vittime l’ho pagato. Sono ormai vecchio, invalido, chiedo solo un aiuto per poter vivere serenamente il resto della mia vita con dignità”. Un messaggio lanciato da una cella del Don Bosco in attesa di riacquistare una libertà ricca di incognite.