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di Mario Ferrari

La Nazione, 8 dicembre 2025

Il professor Gerardo Pastore (tutor): “Corsi e laboratori anche all’interno. Può concorrere a ridurre la recidiva. La formazione permette di trovare lavoro”. “Il carcere crea fratture, ma la formazione permette di ricucirle. Garantire alle persone detenute il diritto allo studio significa ridurre la recidiva e accompagnarle in un percorso che continua anche dopo la pena”. È l’esperienza a parlare per il professor Gerardo Pastore, sociologo dell’Università di Pisa che da tempo si dedica a fare da tutor per gli studenti detenuti dell’ateneo pisano. Un’esperienza che è stata alla base dell’assemblea nazionale della conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari (Cnupp), svoltasi in Sapienza a Pisa negli ultimi due giorni. L’appuntamento ha avuto al centro il diritto allo studio universitario negli istituti penitenziari. Un tema che nello scorso anno accademico ha coinvolto 1.837 persone, divise in 120 istituti: per la maggior parte sono uomini (96,3%), mentre le donne rappresentano il 3,7%.

Anche Unipi non ne è estranea, dal momento che sono una cinquantina gli studenti detenuti iscritti all’ateneo, provenienti prevalentemente dalle carceri del territorio pisano e livornese. Ma come si svolgono le lezioni per chi è privato della libertà? A rispondere è Andrea Borghini, ordinario di scienze politiche a Unipi e delegato del polo universitario penitenziario pisano, che spiega come “si possono portare corsi, laboratori e tutoraggio all’interno degli istituti per i detenuti, con offerte che spaziano dalle materie umanistiche a quelle scientifiche. C’è anche la possibilità che i singoli docenti entrino nelle carceri per riprodurre parti del corso”.

Un tema secondo Borghini “fondamentale” per il quale serve più consapevolezza: “Quanto più si conosce questa realtà, tanto più ci saranno persone che se ne avvicineranno e garantiranno più presenza della società civile negli istituti di pena. La possibilità di studiare è fondamentale perché può concorrere a ridurre la recidiva, come dimostrano analoghe esperienze italiane”. Inoltre, continua il delegato, “Abbiamo testimoniato che la formazione permette a diversi soggetti di trovare lavoro o una collocazione in cooperative sociali una volta liberi”. A dare manforte a questa teoria ci pensa il professor Gerardo Pastore, impegnato nell’esperienza di tutoraggio alle persone private della libertà. “Il diritto allo studio - le sue parole - permette di porre al centro la persona, distinguendola dal reato che ha commesso. Lo studio innesca una trasformazione reale: crea relazioni virtuose con docenti, compagni di corso e con una società che si annuncia pronta a riaccogliere una persona migliore”.

Il sociologo sottolinea il valore relazionale dell’istruzione e la “mobilità ascendente” che può generare. “Il detenuto che si percepisce come studente entra in un percorso diverso, più consapevole. Lo studio è l’arma principale per la crescita culturale e per la costruzione di nuove possibilità”. Secondo Pastore, questi cambiamenti sono tangibili. “Senza generalizzare, posso dire che molti degli studenti che hanno portato avanti una carriera universitaria durante la detenzione sono oggi persone nuove, capaci di attivare relazioni differenti e di allontanarsi dalle reti criminali cui erano legati. Lo studio, per loro, è stato una rottura e insieme una ripartenza”.