di Giovanna Baldini*
Ristretti Orizzonti, 25 maggio 2024
Mercoledì 22 maggio u.s. a Pisa presso il Dipartimento di Scienze Politiche si è tenuto un convegno sul tema del valore e dell’importanza dello studio in carcere dal titolo “Una lunga storia dalla parte dei “Senza”. Il Polo Universitario Pisano”. Dopo i saluti delle autorità presenti, tra cui il Delegato ai Rapporti con il territorio Unipi Marco Macchia e l’assessora regionale alle Politiche Sociali Serena Spinelli, sono intervenuti i rappresentanti dei Poli Universitari della Toscana coordinati dal professor Gerardo Pastore dell’Università di Pisa: Maria Paola Monaco, PUP di Firenze; Gianluca Navone, PUP di Siena; Antonella Benucci, PUP di Siena stranieri; Andrea Borghini, PUP di Pisa.
La seconda parte del convegno: “Narrazioni, Protagonisti, Orizzonti” ha visto la testimonianza di due studenti ristretti del Polo Universitario Pisano. Apprezzata la proposta emersa dai lavori di tornare a incontrarsi annualmente per monitorare in maniera sistematica gli sviluppi dell’importante rapporto carcere- università.
Particolarmente significativa la testimonianza dell’Associazione di volontariato carcerario pisana Controluce, la cui rappresentante ha tracciato un bilancio di luce e ombre dell’esperienza svoltasi presso la Casa Circondariale Don Bosco di Pisa. Ne diamo conto nelle pagine che seguono:
“Mi chiamo Giovanna Baldini, sono una volontaria di Controluce, associazione pisana che da oltre 30 anni si occupa di vicinanza e contiguità con i carcerati dentro e fuori dal luogo di pena.
Professoressa liceale di lettere in pensione, mi sono adoperata da molti anni per avvicinare i detenuti alla lettura e alla scrittura, individuata l’una e l’altra come fondamentali esercizi per la mente, come opportunità per mantenere legami con la realtà esterna e, perché no, come educazione al bello della parola scritta in prosa e in poesia.
In virtù di questa attività è stato abbastanza semplice avvicinare ed essere avvicinata da alcune persone ristrette che avevano iniziato un percorso universitario nelle mie materie e in alcune altre affini.
Il Polo Universitario del carcere Don Bosco di Pisa è stato un luogo ad alto tasso educativo, in cui, con il supporto di insegnanti volontari dell’associazione Controluce, attraverso la conoscenza, si cerca di abbattere le barriere imposte alle persone deprivate della libertà. Individui che accettano la sfida dello studio e della riflessione su se stessi e su quello che è stato il loro punto di rottura con la società. Di questa tensione e di tale scoperta sono stata testimone, perché ho visto nel quotidiano, giorno dopo giorno, la forza emancipatrice dell’impegno intellettuale, dei libri e dello studio.
Se attualmente il Polo Universitario pisano risulta poco frequentato, pure in un recente passato questa esperienza ha garantito risultati interessanti, sia per i numeri delle persone coinvolte, che toccano ormai le due cifre, sia per la qualità dei risultati formativi.
Un discorso a parte meriterebbe l’intreccio tra condizione universitaria e semilibertà, fonte di non pochi disagi e fatiche per questo particolare tipo di studenti.
Altre ancora sarebbero, secondo me, le questioni che emergono da tali vicende e ben vengano giornate come quella di oggi che ci hanno permesso di parlarne e di mettere a confronto esperienze diverse. Il problema più importante risulta essere che, al momento attuale, il Polo Universitario pisano sta conoscendo una tanto preoccupante quanto malinconica contrazione di presenze e merita di interrogarsi sul perché.
Certamente la pandemia recente ha giocato un ruolo notevole nell’allontanare gli interessati dallo studio e a ciò si deve aggiungere una lunga vacanza della funzione apicale nella Casa Circondariale Don Bosco e una più generale stanchezza dell’intera struttura verso pratiche tanto impegnative e delicate. Si rifletta, inoltre, sul fatto che più di un terzo dei detenuti è ormai di origine straniera.
Quindi, nel ribadire la bontà dell’esistenza del Polo Universitario, dalla mia condizione di volontaria nel carcere di Pisa, mi sentirei di proporre a tutte le componenti che operano all’interno del Don Bosco, una rinnovata attenzione verso le esigenze di quanti (operatori carcerari, volontari, amministrativi, detenuti) vedono nell’impegno intellettuale una via di riscatto valida per questi giorni, dentro, e per quelli che verranno, fuori.
Mi sentirei di articolare tre proposte.
L’area educativa del carcere, per esempio, potrebbe, in maniera organizzata, monitorare quanti siano in possesso delle condizioni minime per accedere all’università, fornendo con l’ausilio dei volontari, un’informazione orientata qualificata.
Il compito degli stessi volontari sarebbe, poi, quello di seguire il detenuto nel suo percorso di studio: dal favorire il consolidamento delle conoscenze di base, al reperimento dei testi, alle fotocopie e a tutto quello che serve. Insomma, un atteggiamento di tutoraggio di buon livello.
Inoltre, compito della dirigenza carceraria diventerebbe quello di migliorare, progressivamente e sistematicamente, le condizioni previste nel protocollo stabilito tra Università e Istituzione penitenziaria. Io credo che, secondo i modi pensati dai Padri Costituenti, noi tutti dobbiamo tendere a utilizzare più e meglio il tempo costretto della pena per riaffermare in ogni occasione il valore della libertà intellettuale: che è anche libertà interiore, libertà di giudizio, di critica, di relazione.”
*Associazione Controluce









